![]() |
| SPONSOR :: CHORUS |
|
NAVIGARE Articolo di
LEGGI ANCHE
|
FINO ALL'ESSENZIALE...
La barca prese il largo. In un attimo tutti i miei pensieri furono quasi cancellati, lontani nel tempo. Cielo e mare all'orizzonte. Uno spazio infinito. Libero. Azzurro. Gli occhi pronti a scoprire la vita, i capelli al vento, un respiro ampio, una pace che pervade tutto il corpo. La prima tappa sarebbe stata l'isola di Santa Lucia. Trenta miglia da percorrere lasciandosi alle spalle il fascino francese della Martinica, i ristoranti, i negozi, le strade di una piccola Parigi in mezzo al mare. «Speriamo che la prossima isola sia ancora più lontana dall'atmosfera cittadina!» - mi ripetevo speranzosa. L'acqua scorreva frusciando sotto il nostro scafo e l'onda tranquilla si allontanava a ventaglio man mano che il vento ci spingeva avanti, verso il sole. Una, due, tre volte...quella scena si ripeteva all'infinito, sempre la stessa, mentre il cielo cambiava i suoi colori. Le nuvole mutavano la propria forma trasformandosi in pecorelle sparse all'orizzonte. Durante la navigazione, quando la terra successiva è ancora lontana, ci si abbandona allo spazio senza paura. Ma forse perché oggi si ha la certezza che prima o poi si arriverà. I primi esploratori, invece, quando partivano non sapevano mai se sarebbero sopravvissuti. Ai Caraibi si può navigare sicuri. Ogni isola è vicina. Ma se si volesse privilegiare la sola navigazione piuttosto che l'esplorazione delle terre caraibiche, si può anche scegliere di raggiungere l'isola più lontana evitando di arrestarsi più volte durante il percorso. Si vive così completo il piacere della barca, sapendo comunque di non rischiare nulla. Ma alle isole Sopravento, un dubbio antico è sempre capace di rivivere nell'animo di ogni equipaggio, per cui si sceglie di fermarsi e di ripartire, di fermarsi e di ripartire... Ogni volta che da lontano scorgevo la sagoma grigiastra di una terra sulla linea del mare, mi sedevo a prua ed aspettavo che quella forma misteriosa si ingrandisse, man mano sempre di più. Era come veder sorgere il sole. Era l'attesa. Era l'emozione dell'attesa con il lento mutare del paesaggio. Arrivando a Santa Lucia, a Bequia, a Moustique, a Mayreau e a Tobago Cays, il famoso «terra in vista!» degli antichi avventurieri tornava puntuale alla mia mente, rinnovandosi ogni volta in uno scenario sempre diverso. Quell'urlo di gioia ora non era più un'immagine della mia fantasia: le due montagne, Gros Piton e Petit Piton, stavano prendendo forma e colore. All'alba i due imponenti fantasmi di Santa Lucia erano divenuti reali. Completamente ricoperti di foresta tropicale, questi inconfondibili coni vulcanici meritano sicuramente una visita approfondita da chi avesse il tempo necessario per fare del trekking. Ormeggiammo a Marigot Bay, una suggestiva insenatura immersa nel verde, così ben riparata da costituire uno dei principali rifugi anticiclonici di tutti i Caraibi. Gli Inglesi, nel periodo della colonizzazione, per sfuggire ai Francesi, vi nascondevano le proprie navi camuffandone gli alberi con le foglie delle palme. Ad Anse La Raye, un paesino poco distante e facilmente raggiungibile in barca o in automobile, la gente ci accolse ospitale ed allegra. Camminammo senza meta tra le case di legno, piccole e colorate. Assaporammo la tranquillità e la semplicità di quel luogo così diverso dall'infernale Castries, la capitale. Da lì, guardando tra le reti appese dei vecchi pescatori, il mare mi appariva fuori dal tempo. Le immense piantagioni di banane, i fumi del vulcano, le cascate, i ruscelli, la pioggia tra gli alberi fitti della foresta, le atmosfere lasciate dagli Inglesi e dai Francesi nei piccoli paesi, i tessuti batik della città, tutto ciò, con la sua misteriosa magia, ci aveva allontanato dal mare. Qualcuno a bordo se ne era accorto: con una certa ansia, si lamentava di non aver ancora goduto del calore di una spiaggia dalla sabbia bianca. L'entroterra di Santa Lucia ci aveva piacevolmente distratto, ma ai Caraibi, in fondo, tutti noi cercavamo solamente l'abbraccio del vento e il contatto con un mare trasparente e turchese. Decidemmo così di evitare S. Vincent, la terza delle grandi isole, per dirigerci verso una terra più piccola e più calma, Bequia, che in antica lingua caraibica vuol dire «Isola delle Nuvole». Ma ad accoglierci, invece, dopo ben 61 miglia, fu uno splendido sole che tramontava. Prima che scendesse la notte, riuscimmo a raggiungere a nuoto la bellissima spiaggia di Tony Gibbons, all'interno di Admiralty Bay. Fu la prima volta che non ormeggiammo in banchina. Le perfette e organizzatissime marine della Moorings erano ormai lontane. Man mano che scendevamo verso le Grenadine anche le tracce dell'influenza inglese e francese andavano scomparendo e le isole ci apparivano sempre più nude, nella loro reale identità. Tutto era più scomodo, ma più stimolante. A Bequia fummo letteralmente assaliti da numerose canoe di venditori che, con molta insistenza, ci mostravano oggetti di corallo, di tartaruga, magliette e frutti locali. Capimmo solo più tardi che per mantenerli a distanza sarebbe stato meglio comprare subito qualcosa, e quei ragazzi non avrebbero più avuto motivo di restare attaccati alla nostra barca, rischiando anche di rovinarci lo scafo. Sapevo che sull'isola viveva l'ultimo cacciatore di balene. Riuscii ad avere l'indirizzo di Athneal Ollivierre, nipote del francese Joseph che per primo, a Bequia, nel 1870 iniziò la caccia alle megattere e ai capodogli. Con un autobus locale mi recai sulla costa orientale. Gli antichi arnesi da caccia, gli arpioni, le fotografie storiche degli antenati, alcune sculture in avorio: il minuscolo museo-casa di Athneal aveva un fascino speciale perché impregnato dei ricordi e delle storie che il personaggio, instancabilmente, mi aveva narrato davanti allo scoglio di Petit Nevis. Bequia è un'isola serena e ancora abbastanza intatta, dove il vecchio e il nuovo convivono in armonia. I Bequiani sono un popolo fiero, discendenti dai colonizzatori che vennero dal Nord America sulle baleniere, che arrivarono dalle fattorie scozzesi, dall'Africa, discendenti dai pirati francesi. Sono intrepidi navigatori e abili costruttori di barche. Molti di loro, infatti, li rincontrammo a Mustique: di mattina presto, a bordo di piccole imbarcazioni a remi, venivano a venderci il pane. Qui, a dodici miglia dall'isola delle balene, trovammo finalmente le prime vere spiagge bianche. A Britannia Bay, l'unico luogo possibile per l'ancoraggio, il nostro Moorings 500 rimase a lungo abbandonato alla sua boa. La sabbia, il mare e le palme erano irresistibili. Più volte l'onda ricoprì sulla riva le orme lasciate dai nostri piedi nudi...Lenti e spensierati avevamo raggiunto la punta estrema dell'isola. L'acqua marina, quella che attendevamo da ben tre isole, non ci deluse. Era così turchese che riusciva a colorare il ventre bianco dei gabbiani in volo sopra di noi. Non a caso molti ultra-ricchi hanno scelto Mustique per stabilirvi la propria dimora: la principessa Margareth, Mick Jagger, David Bowie e Rachel Welch, per nominare solo alcuni tra quelli che possiedono una delle 80 residenze da sogno sparse ovunque nell'isola. Eppure, stranamente, accanto ad un mondo così fastoso, i pescatori hanno mantenuto integre le loro origini e con esse il loro semplice regno, costituito da poche piccole case raggruppate in un pittoresco villaggio. Gentili e simpatici, li si vede spesso distesi sulle barche dai colori allegri o li si incontra mentre camminano disinvolti con in mano gli arnesi per cucire una rete. Ai Caraibi non si ha il tempo di affezionarsi ad un'atmosfera poiché quella successiva le si sovrappone sempre, quasi a cancellare le emozioni precedenti. Nei brevi tratti di navigazione ci si sente sballottati tra il recente passato e l'immediato futuro, ma non si appartiene completamente né all'uno né all'altro. Mayreau, dopo 19 miglia, ci apparve spartana e primitiva. Due meravigliose mezzelune di sabbia bianca, confinanti per il dorso, frantumarono in un lampo i nostri bei ricordi di Mustique e ci trovammo nuovamente catturati da qualcosa di straordinario. Di notte, sotto le stelle, in piedi sulla sottile lingua di terra che separava le due spiagge, si aveva l'impressione di udire l'eco di uno dei due mari. Il ritmo dell'infrangersi dell'onda di una delle due baie era spezzato dal più veloce infrangersi dell'onda dell'altra. Così, in un'incessante melodia, le due acque si rispondevano all'infinito. Il ricordo di Salt Whistle Bay fu l'unico, tre giorni dopo la nostra partenza da Mayreau, a rimanere indelebile nella mia mente nonostante l'arrivo ai Tobago Cays. Questo magnifico gruppo di isole deserte è protetto dal mare dall'Horseshoe Reef e costituisce un parco nazionale. Né case, né montagne, né abitanti discendenti dai colonizzatori europei. Niente di niente. Spoglie, in un mare totalmente abbandonato a se stesso con il suo intenso turchese, increspato costantemente dal ruggito del vento, le ultime isole dei nostri Caraibi ci avevano mostrato tutte le facce della bellezza.
NOTIZIE UTILI
Storia
Moneta
Stagione turistica
Mancia
Mercati
Trasporti
Ladri
Pesca
Dogana
Eventi speciali
Vela
Tempo |
|
Copyright © 1995-2008 Nautica Editrice S.r.l. -
V. Tevere 44, 00198 Roma, tel 068413060, fax 068543653, PI 00904971009 Nautica On Line ® è iscritta nel Registro della Stampa presso il Tribunale di Roma il 19/12/1995 al n. 620 e il 7/07/2003 al n. 302 Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto dell'editore Design: Paolo Ciraci. Altri siti: nauticalweb | pagine azzurre | pagineazzurre mobile | eurometeo | eurometeo mobile | meteomed | olympic |
Homepage Mappa del sito Inserzionisti Contatti |
|