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NAVIGANDO SUL FIUME GAMBIA Un viaggio fluviale alla scoperta di un piccolo paese dell'Africa occidentale, tra antiche tradizioni, paesaggi splendidi e gente semplice e accogliente, sulle tracce di un leggendario dragone che, come il mostro a Loch Ness o lo Yeti sull'Himalaya, pare si nasconda nella foresta lungo il fiume Testo e foto di
Pubblicato su Nautica 512 di Dicembre 2004 |
ALLA RICERCA DEL NINKI NANKA
Navighiamo sull'acqua immobile, liscia come uno specchio, riflettente la volta del cielo che il calar del Sole sta tingendo di tinte sempre più violente e tendenti all'arancione e al rosso, come solo in Africa sa fare. Il battello risale lentamente il larghissimo fiume, scivolando e sconvolgendo, con le due strisce di onde che si allargano sempre più dal nostro scafo, la superficie completamente piatta. E ogni tanto si incrociano con le canoe dei pescatori, che invece sembrano incedere senza smuovere nulla, senza una scia, come fossero fantasmi. Sta finendo il primo giorno della risalita del Gambia, corso d'acqua che scorre da est a ovest nell'Africa occidentale. In molti chiedevano dove era il Gambia, alla notizia della mia partenza per questo piccolo stato africano, inglobato all'interno del Senegal su tre lati e con l'oceano Atlantico sul quarto. Un paese stretto e lungo, con al centro la forza vitale di un fiume che vi scorre e che fisicamente lo divide in due. Il fiume Gambia porta l'acqua per l'agricoltura, è molto pescoso e rende miracolosamente pescoso anche l'oceano al suo estuario. La popolazione, in maggioranza contadini o pescatori, anche se con un debito pubblico e un introito annuale che la rende tra le più povere del mondo, è in pratica autosufficiente per gran parte dell'anno. Oltre all'esportazione di arachidi, che è la principale risorsa economica, l'importanza del turismo è in continua crescita. Il Gambia è al di fuori dei grandi circuiti turistici e ha un afflusso abbastanza limitato proveniente dal nord Europa, con Gran Bretagna, Svezia e Germania in testa. Sull'onda del best seller "Radici" di Alex Haley, un discreto numero di afroamericani sono venuti in visita ai luoghi dove si svolgono i primi capitoli del romanzo, dove il famoso Kunta Kinte viene estirpato dalla sua terra. Dall'Italia arrivano pochissimi visitatori, sebbene gli italiani, con il loro campionato di calcio, siano popolarissimi tra la gente. A ogni angolo si vedono magliette rossonere, bianconere, giallorosse e azzurre, con i nomi dei nostri calciatori. Ogni giorno vengono trasmessi stralci delle nostre partite e il lunedì tutti sanno i risultati del nostro torneo! Per la strada i bambini ti chiamano "Toubab", da sempre l'appellativo dei "bianchi", ma quando dici che sei italiano si spalancano in sorrisi e ti chiedono notizie di Totti o Del Piero. L'attrazione turistica principale è la costa, dove una larga spiaggia disseminata di palme corre lungo l'oceano. È qui che sono nati i grandi alberghi completi di piscine, campi da tennis, discoteche e animazione, dove si può venire a rilassarsi e fare vita da spiaggia. Ma è sul fiume che si vive l'esperienza più interessante: navigando sulle sue acque si riesce a comprendere questo spicchio d'Africa, nel lento scorrere delle sue rive si penetra nella parte più vera del continente nero, legata ai frutti della terra e alle risorse della natura. Il mio viaggio-esplorazione del fiume comincia nella capitale Banjul, posizionata sulla riva meridionale, dove il fiume sfocia nell'oceano. Con il motoryacht "Joven Antonia" parto per una visita a James Island, a circa 16 miglia marine all'interno. Qui, dopo la scoperta da parte dei portoghesi nella metà del quindicesimo secolo, nel 1651 gli emissari di Curlandia, ducato vassallo della Polonia e successivamente annesso alla Russia, avevano creato un insediamento nella propria colonia africana. Gli inglesi dieci anni dopo se ne impossessarono e ingrandirono il forte che serviva da base per il commercio di oro, avorio e la raccolta e la partenza degli schiavi per le colonie americane. Per più di un secolo, francesi e inglesi si contesero il predominio sul commercio degli schiavi, fino a quando i secondi assunsero il loro nuovo ruolo di antischiavisti. Le truppe francesi distrussero il forte nel 1779 e, nel 1829, fu completamente abbandonato, quando lo sbarramento e pattugliamento del fiume si spostò all'imboccatura, a Banjul.
Sulla riva settentrionale, a poca distanza, c'è il villaggio di Juffureh, reso famoso per il già citato romanzo di Alex Haley, dove c'è sempre qualcuno pronto a raccontarti la storia di Kunta Kinte e dei suoi discendenti. A pochi passi, un piccolo museo ricostruisce e mette chiarezza sulla storia dello schiavismo e sono esposti anche alcuni documenti originali, tra cui una lettera di un capitano che afferma con soddisfazione di essere riuscito a consegnare ben 372 schiavi a Barbados, dei 700 imbarcati. Ritornando verso la foce del fiume, un branco di delfini tursiopi (la specie che di solito vediamo nei delfinari) viene a giocare sotto la prua della barca e ci accompagna per un lungo tratto. Le loro grandi dimensioni sono un'ulteriore conferma che queste acque sono abbondanti di pesce. Satolli di pesce sono anche i coccodrilli che ho incontrato in una pozza considerata sacra, vicino Bakau, a pochi chilometri dalla capitale. Qui vivono alcune decine di coccodrilli del Nilo (i più grandi sui tre metri di lunghezza) e vengono nutriti dai guardiani con chili e chili di "bonga fish", pesce molto comune in Gambia. L'effetto è che non hanno più fame e l'aggressività è praticamente annullata, tanto da potergli girare intorno mentre stanno a crogiolarsi al sole. Che, vista la tradizione di bagnarsi in quell'acqua per avere più fortuna o per risolvere problemi di fertilità delle donne, è un gran risparmio di vite umane! Diffuso in tutto il paese e riprodotto perfino sulle monete, il coccodrillo è per la popolazione un animale magico, un intermediario tra i vivi e i morti, che può comunicare con gli spiriti ancestrali. Dai guardiani apprendo la leggenda del Ninki Nanka, dopo aver domandato il significato di una statuetta di legno a forma di drago, più che di coccodrillo, in un angolo del parco che circonda la pozza. "Il Ninki Nanka è un dragone che vive lungo il fiume Gambia - è l'immediata risposta - e che detiene immensa saggezza e potenza. Può portare fortuna e, sapendo come fare, gli si può sottrarre i poteri. Ma c'è anche un lato negativo, in cui lo si considera un demone assassino che uccide chi ha paura di lui". Leggenda simile a quella del più famoso Mokele-Mbembe, diffusa nel bacino del Congo, che ha mosso a varie riprese vere e proprie spedizioni alla ricerca di un "qualcosa" che possa aver alimentato le credenze popolari. Un rettile molto grande e ancora sconosciuto alla scienza? Oppure un brontosauro ancora in vita e nascosto nel folto della foresta? Certo che, qualsiasi cosa abbia dato vita al mito di questi dragoni, è strana la coincidenza a migliaia di chilometri di distanza tra i due fiumi africani. Perfino una spedizione nel 2003 ha portato il "criptozoologo" (così si chiamano gli studiosi di questi fenomeni, dallo Yeti himalayano al mostro di Loch Ness) Richard Freeman a cercare tracce del Ninki Nanka. Nelle insenature del fiume, un pò più a sud, raggiungo in macchina una foresta anticamente considerata sacra e frequentata, si dice, dal famoso dragone. La "Makasutu Cultural Forest", 1.000 acri salvati per il volere di due britannici che li hanno acquistati una dozzina di anni fa e protetti dal disboscamento selvaggio. Poi, rispettando l'ambiente in modo maniacale (l'elettricità è fornita in gran parte da pannelli elettrici) hanno costruito un lodge esclusivo, lussuosissimo ma completamente in linea con i materiali locali e immerso nella natura: pochi bungalow, che si affacciano su un'insenatura del fiume contornata da mangrovie, e un locale centrale, per il ristorante e il bar. Intorno c'è la foresta, con una rassegna quasi completa degli alberi presenti in Gambia. Da qui si possono fare escursioni con le classiche canoe locali, dei tronchi scavati, nelle insenature, un vero paradiso per il birdwatching, o per vedere in azione i pescatori. Stessa cosa a una ventina di chilometri verso est. A Tumani Tenda un lodge per turisti molto semplice, con dei piccoli bungalow e gestito a livello familiare dagli abitanti del vicinissimo villaggio di contadini, offre navigazioni con la canoa, oltre a uno spaccato esatto della vita rurale del paese. Il vero viaggio lungo il fiume comincia a Tendaba Camp, a circa 100 chilometri dalla foce (e a 140 chilometri di strada, non proprio confortevole, da Banjul). Al molo del lodge troviamo ormeggiata la barca con cui continuiamo la risalita del fiume, qui larghissimo e ancora salmastro, come intorno le mangrovie altissime dimostrano. Nel primo pomeriggio salpiamo verso est - a risalire la corrente - verrebbe spontaneo dire. Invece la direzione della corrente cambia ogni sei ore, sotto la forza della marea, in entrata o uscita (anche negli ancoraggi per la notte bisogna prevedere il cambio di direzione!). La barca, costruita agli inizi degli anni '80, è lunga venti metri e in passato è stata usata per il trasporto di arachidi. Dotata di una strana motorizzazione - due fuoribordo infilati in un buco sulla poppa, un Mariner a benzina da 40 cavalli e l'altro diesel da 27 - per i primi anni era sospinta unicamente da 5 rematori per parte. La cabina è un unico lungo locale, con un sedile imbottito che corre sulla fiancata sinistra e una zona a centro barca con due tavoli per i pasti. Verso poppa un bagno e la cucina. Sul tetto di questa struttura c'è una lunga distesa di materassi, coperta da un tendalino, dove si passa la maggior parte del tempo durante la navigazione. Un pò rialzata, verso poppa, c'è la zona dove il comandante timona, con una lunghissima barra di legno che scende fino alla poppa estrema. Si rimane stregati dall'atmosfera magica, la calma e la pace della natura che ci circonda. Sulle sponde lontane, due muri di vegetazione ininterrotti, uccelli (ricordarsi di portare un binocolo e una guida alle specie di questa zona d'Africa, solo in Gambia ce ne sono 560 diverse!) volano in quantità, seguendo il corso d'acqua o traversandolo, o stazionando sui rami più alti. Un "birdwatcher" può diventar matto. Le canoe dei pescatori sono quasi tutte a remi, di motori se ne vedono pochi. Il fiume si ingiallisce al volgere del primo tramonto, come dicevo prima. Passeremo la notte in un punto imprecisato del fiume, ancorati nel mezzo e circondati da un'impenetrabile foresta di altissime mangrovie. Il buio arriva presto e il cielo si illumina di stelle: qui, senza altre luci, come se fossimo in mezzo all'oceano, brillano in particolar modo. Dalla foresta fitta e nera arrivano suoni che rompono il silenzio assoluto: sono scimmie e uccelli vari, ma durano poco oltre l'arrivo dell'oscurità. Vengono così preparati i nostri letti, che saranno i materassi sotto al tendalino, ognuno con la sua zanzariera. Al mattino, dopo una bella dormita e goduta l'alba sotto le coperte e la zanzariera, riprendiamo la navigazione. Stop di un'ora a Kaur, dove passeggiando tra le risaie troviamo una "tartaruga elmetto" (Pelomedusa subrufa) di circa venti centimetri di lunghezza. La particolarità, ci spiega un tedesco esperto di rettili che è in visibilio per l'incontro, è il ritirarsi all'interno del guscio, che avviene ripiegando la testa di lato. Riprendiamo la navigazione. Il paesaggio comincia a cambiare, le mangrovie cominciano a diradarsi e a lasciare spazio ai campi coltivati, alle risaie e ai grandi alberi africani. Sullo sfondo si alzano delle colline rosate, disseminate di baobab. Siamo ai limiti di dove riesce a spingersi l'acqua salmastra sotto la spinta della marea (quasi a 150 chilometri dalla foce). Da qui in avanti l'acqua è dolce e la vegetazione ai bordi del fiume cambia notevolmente. In alcuni punti la foresta cresce rigogliosa, in particolar modo sulle sempre più frequenti isole. Arriviamo al calar del Sole a Kuntaur, un piccolo villaggio sul fiume con la curiosità di avere il più alto tasso di natalità della nazione, sette figli per ogni donna. A due chilometri di distanza verso l'interno c'è Wassu, famoso nella zona per il suo vasto lumo (mercato) settimanale, a cui convergono in molti dai paesi vicini. La mattina seguente, infatti, su un carretto tirato da un asino, raggiungiamo il mercato, dove ci disperdiamo in una folla fittissima, tra prodotti ortofrutticoli, stoffe e vestiti variopinti. Esausti riprendiamo il carretto e arranchiamo sulla strada sterrata verso uno dei più noti monumenti del Gambia, tanto da esser riprodotto perfino sulle banconote da 50 dalasi: Wassu, una specie di Stonehenge africana. Un luogo suggestivo, in pratica un campo con una serie di cerchi formati da pietre di laterite rossastra. Ogni cerchio è formato da una decina di menhir, alti anche tre metri. Non si sa praticamente nulla della civiltà preistorica che costruì queste probabili tombe, gli archeologi le considerano un mistero. Come altri siti sparsi tra Gambia e Senegal i cerchi di pietra risalgono a un periodo tra il terzo secolo a.C. e il tredicesimo d.C.; questi di Wassu sono datati intorno al 750. Come vuole un'antica tradizione di cui nessuno sa la provenienza e il perché, lasciamo una piccola pietra sulla cima di un menhir. Tanti mucchietti che verranno distrutti dal vento e dalla pioggia e poi ricostruiti... Riprendiamo la navigazione entrando nel Parco Nazionale del fiume Gambia e costeggiamo le Baboon Islands, una serie di isole dove un centro di riabilitazione salva i babbuini recuperati o resi orfani dal bracconaggio. Ne abbiamo scorto due su un folto albero mentre ci guardavano incuriositi. Purtroppo le regole non permettono di scendere a terra e anzi veniamo scortati da una barca con alcuni guardiaparco.
Nel pomeriggio arriviamo alla fine del nostro viaggio, Georgetown, un paesino affacciato sul fiume e dal solito triste passato legato allo schiavismo. Alla fonda troviamo alcune barche a vela, noi invece andiamo a ormeggiarci alla banchina del Janjang Bureh Camp, uno spartano lodge per turisti situato in mezzo al verde, sulla riva opposta al paese. Siamo a circa trecento chilometri dalla costa nel mezzo di un'Africa vera, genuina, e lontani dal mondo e dai grandi flussi del turismo di massa. Lo si può "sentire" intorno, la calma, il silenzio, la gente sorridente e allegra, la semplicità. E il Ninki Nanka? No, non l'abbiamo visto, solo qualche coccodrillo lontano. O forse sì, nella tradizione... la barca ormeggiata a fianco ne ha uno scolpito nel legno, sulla prua, con lo sguardo feroce puntato verso l'acqua, che lentamente scorre e come un serpente taglia questo lembo del Continente Nero in due.
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