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IN CROCIERA DA RODI
Articolo di Stefano Navarrini
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Pubblicato su Nautica prima del 1993


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NEL VENTO, NEL MARE, NEL SOLE, NEL TEMPO
Di qui son passati un pò tutti. Dai primi insediamenti
minoici all'ultima dominazione, quella italiana (1912-1948), Rodi,
figlia del Sole e della ninfa Roda, ha conosciuto le più
importanti civiltà della storia mediterranea. Forse per
questo nel suo antico porto di Mandraki, oggi riservato al turismo
e al traffico locale, si ritrova quell'atmosfera cosmopolita,
piacevole intreccio di internazionalità che anima le
banchine e l'intera zona del porto. Così mentre "Sharet of
Tyre", una delle più belle barche d'epoca ammirate alle
recenti regate di Porto Cervo, se ne sta ormeggiata di poppa
all'esterno del molo di sopraflutto, all'interno il traffico
è sempre intenso. Da una parte le imbarcazioni destinate al
sollazzo dei turisti, al piccolo cabotaggio locale, alla pesca;
dall'altra la grande flotta del charter velico, che in Grecia ha
avuto un eccezionale sviluppo grazie agli organizzatissimi brokers
locali (quasi tutte le barche sono francesi), con accanto i
piccoli e grandi yacht di chi viene a svernare in quest'isola
benedetta dal sole, e qualche barca di quelle così cariche
di storia e di mare che solo a guardarle è come leggere un
libro d'avventure. L'attività è intensa, dinamica,
soprattutto per merito del charter che da queste parti, con la
benedizione del "Meltemi", non conosce soste. Tanto che ad
accogliere ogni barca di ritorno dalla crociera c'è quasi
sempre un nuovo equipaggio, pronto ad imbarcarsi e a salpare, a
volte nel giro di poche ore. A ricordare un traffico meno
frenetico, ovvero il passato prossimo e remoto, restano i vecchi
mulini a vento sul molo esterno, i cervi di bronzo che sorvegliano
l'entrata in porto, e gran parte delle costruzioni che si
affacciano sul lungomare. Una fusione, quella fra passato e
presente, ancor più viva all'interno delle antiche e
possenti mura merlate che dal XIV secolo abbracciano il cuore
della città . Qui, anche se l'asservimento alle esigenze
turistiche è a volte un pò troppo marcato, si entra
nel magico mondo dell'anima greca. E fra i penetranti fumi di
"ghiro" e "souvlaki", il fresco e aromatico sapore del retsina,
mentre un bouzouki racconta a ritmo di sirtaki la sua dolorosa
storia d'amore, il nirvana del buon navigatore spalanca le sue
porte... e solo le cuccette di bordo potranno poi raccontare i
misteri della notte.
Ma il mattino ha l'oro in bocca, e agli inflessibili ordini del
comandante (che poi sarei io!), con qualche colpo di scudiscio, la
ciurma toglie gli ormeggi e, carichi d'entusiasmo, lasciamo dietro
di noi i cervi di Mandraki. Charter, quanto sei bello! Senza
alcuna preoccupazione, senza penosi e interminabili trasferimenti
per la tua barca, con una spesa che equivale a quella di un
normale buon albergo, ti ritrovi a bordo di una splendida vela (il
nostro Gib' Sea 422 della Kiriakoulis Mediterranean era
nuovissimo) e libero di puntare la prua dove più ti
aggrada. Ed eccoci di nuovo a solcare l'Egeo, mare carico di
storia e di civiltà , a cui da anni aggiungiamo le nostre
piccole avventure personali. Ogni volta una meta diversa, senza
problemi perché in un mare che conta centinaia di isole per
visitarle tutte ci vuole... molta pazienza. L'importante, per chi
voglia godersi un certo tipo di mare, è scegliere una
stagione bella ma non affollata, ad esempio la primavera,
allontanarsi dalle grandi rotte turistiche, e scegliere una di
quelle isole dove la Grecia è rimasta più fedele
alle proprie tradizioni. Ma anche questo non è difficile, e
la nostra rotta primaverile segna il ritorno ad un'isola di
selvaggia bellezza, Karpathos, e ai suoi ancor più selvaggi
satelliti di Kassos e Sarìa.
La dorsale montuosa che segna l'isola di Rodi in tutta la sua
lunghezza non riesce a frenare la prepotenza del Meltemi. Ma
navigando sottocosta lungo il versante orientale, con un fetch
limitatissimo, si passa di raffica in raffica su un mare appena
appena increspato: una situazione che con una barca stabile e
leggera come il nostro Gib' Sea 422 invita a tenere tela a riva
sfiorando l'orgasmo velico. Le 22 miglia che separano Rodi da
Lindos scorrono così rapide, lasciando tutto il tempo per
una sosta balneare e per ormeggiare nella baia di Lindos in tempo
per godersi l'antica magia del tramonto, ancor più magica
se per sfondo si ha un'acropoli dell'età classica. Poi,
quella prima cena che (in crociera) non si scorda mai,
perché quando l'entusiasmo è ancora vivo, prima di
abbrutirsi di sale, panini e stanchezza, può anche capitare
(perdonateci, dei dell'Olimpo) di cenare con spaghetti alla
bottarga e Prosecco di Conegliano, in un rito pagano mai più
ripetuto. Magia del tramonto, magia delle stelle, magia
dell'aurora: ma non per salpare, perché Lindos con le sue
spettacolari vestigia, i templi, il teatro, la storia dorica,
è un dovere culturale e spirituale. Un giorno intero
dedicato anche ai piaceri di terra, allo shopping, al dolce oziare
con lo sguardo rivolto al mare, mentre la fantasia già
torna a navigare fra le onde. Di nuovo in mare, mentre la barca
poco a poco ti si affeziona e ti svela i suoi angoli più
comodi, i ripostigli più funzionali, la posizione giusta
per timonare, per lavorare ai winch, o per stendersi a racimolare
il primo sole della stagione.
Siamo sempre ben ridossati dal Meltemi, anche se più ci
avviciniamo a Capo Prasonisi, estremità sud di Rodi,
più si avverte il respiro di un mare gonfio di vento. Ci
siamo: da lontano appare il faro che segnala la punta e appare un
orizzonte ribollente di creste. Il bollettino qui conta poco,
perché per chi naviga in Egeo il Meltemi è un
abituale compagno di viaggio e l'unica cosa da fare è
valutarne la forza e, in ogni caso, rassegnarsi. Rapida virata e
altrettanto rapido esame della situazione a ridosso di una
caletta: barca valida e in condizioni splendide, equipaggio con il
morale alto, anche se per il 70% digiuno di manovre veliche,
attrezzatura a posto, sottocoperta in ordine, stima dei tempi di
navigazione confortante. Per una trentina di miglia con mare 5-6
di bolina larga bene che vada, calcolando deriva e scarroccio,
sono 6-7 ore di schiaffi in faccia. Non siamo in regata, non siamo
masochisti, non amiamo recitare il classico "ma chi ce l'ha fatto
fare" ma, peggio ancora, siamo in vacanza e il tempo è
prezioso: un colpo alla lampo, cappuccio in testa, altra virata, e
via per 255°. Per chi è al suo battesimo del mare e
incollato alla cuccetta è arrivato a destinazione mantecato
come un frappè , quelle otto ore di montagne russe non
saranno un piacevole ricordo. Ma il mare è bello anche per
l'impegno del confronto, e con la poppa finalmente ormeggiata al
moletto di Diafani, chi ha vissuto la traversata in coperta ha uno
sguardo soddisfatto.
Diafani, un villaggetto di poche case, è lo scalo naturale
di Olympos, perla nascosta e difficilmente accessibile di
Karpathos: un nido d'aquila a picco sul mare raggiungibile con uno
sgangherato autobus o con un (uno e unico) più
elegante.taxi. Un posto unico al mondo, motivazione principe della
nostra crociera, un villaggio isolato fra le montagne dove
l'orologio del tempo sembra essersi fermato. Fra i vicoli di
Olympos, la cui fondazione risale agli inizi del nostro millennio,
le macchine non possono fisicamente entrare, le donne vestono
ancora con i costumi tradizionali, si parla un dialetto locale, e
i mulini a vento più che per allietare i turisti servono
per macinare il frumento. Sopravvissuto a pirati e terremoti, il
villaggio offre la tipica architettura locale, particolare
soprattutto nell'allestimento interno delle case, uno spettacolare
colpo d'occhio sulle coste dell'isola e un singolare artigianato:
qui si confezionano su misura raffinati stivali in pelle, con
consegna via posta in due-tre mesi.
Da Diafani a Pigadia, unico vero porto di Karpathos, ci sono una
quindicina di miglia in linea retta, che però diventano
più di venti costeggiando. Qui l'isola esibisce il meglio
della sua natura aspra e scoscesa, con montagne di oltre mille
metri ricoperte di folte pinete che cadono a picco in mare,
accoglienti calette e un'acqua cristallina. Meno attraente il
porto, che per altro sotto Meltemi offre un ridosso molto
relativo, con una forte risacca, tanto che oltre alla propria
occorre fare attenzione anche alle barche degli altri: un
gigantesco barcone da turismo che non reggeva l'ormeggio, ad
esempio, ha rischiato di schiacciarci in banchina. A terra non
mancano vestigia di un passato lontano, la cui bellezza contrasta
con l'anonima architettura dell'attuale paese, mentre per gli
storici della subacquea Karpathos è un nome importante e
familiare. Qui nel 1910 la nostra corazzata Regina Margherita
perse un'ancora in fase di ormeggio, e qui per collaborare al
recupero apparve uno strano personaggio, Yorgos Haggi Statti (o
più esatttamente Hadjistatis), spugnaro dell'isola di Symi,
emaciato e magrolino, con entrambi i timpani sfondati e
apparentemente con assai scarsa capacità polmonare. Fra lo
stupore di tutti Yorgos scese tre volte sull'ancora prima di
riuscire a legare una cima alla cicala, ma alla fine l'ancora fu
recuperata e tutto fu scrupolosamente annotato sul libro di bordo
e firmato dall'ammiraglio. Quell'ancora giaceva a 77 metri sul
fondo e l'impresa di Haggi Statti, anche se mancavano i giudici
federali, può essere considerata il primo record di
profondità in assetto variabile della storia. Un'impresa
straordinaria anche per il suo corollario, poiché Haggi
Statti non pretese ricompense in denaro, ma si accontentò
del permesso di pescare con la dinamite, permesso che fu accordato
suffragando una pessima abitudine ancor oggi persistente.
Dopo due giorni di mare e di pesca piacevolmente passati a ridosso
della frastagliata costa sud di Karpathos, ce ne siamo quasi
dimenticati, ma appostato dietro Capo Castello, gonfio di rabbia a
spingere un mare ancor più caricato dallo stretto che
divide l'isola di Kassos, il Meltemi è lì ad
attenderci. Un braccio di mare di 7-8 miglia prima di prendere il
ridosso di Kassos non ci impensierisce però più di
tanto. Errore. Soffia... e soffia forte. Impossibile mantenere la
rotta, impossibile passare l'isola a Nord per raggiungere il porto
di Fri, non resta che poggiare per cercare un ridosso a sud di
Kassos. Ma anche sulla nuova rotta scarroccio e deriva creano
problemi: dovessimo finire in braccio a Gheddafi! La vela è
bella ma, l'abbiamo già detto, non siamo masochisti, le
vacanze sono brevi, e con tutta la falchetta in acqua parte
dell'equipaggio non condivide certi entusiasmi. Drastica decisione
(con buona pace dei puristi della vela), e drastica riduzione di
tela: un fazzoletto di randa e via di motore. Stupende le barche
moderne sulle andature portanti, ma di bolina dura quanti
rimpianti per un bel dislocamento pesante a chiglia lunga. Il
calvario dura fin sotto le coste di Kassos, dove il mare cala (di
poco), mentre il vento rafforzato da gole e alture aumenta ancora:
sotto raffica l'anemometro tocca i 48 nodi e la barca pur con un
briciolo di vela naviga completamente sbandata. Ormai è
notte, e viaggiare in quelle condizioni lungo coste mai viste
prima, alla ricerca di un possibile ridosso valido, è
piuttosto fastidioso. A mezzanotte passata, con le ossa a pezzi,
caliamo l'ancora alla radice di un lungo fiordo dietro Capo
Kelatros. Fine della giornata? Non ancora. Sotto raffica un'ancora
sola non tiene, e occorre afforcarsi con una seconda ancora.
Buonanotte.
Un massiccio alto e roccioso, che si addolcisce sul versante Nord
costellato di isolotti: Kassos, isola dimenticata, estremo Sud del
Dodecanneso, offre tanta natura e un gran senso di pace. Anche il
Meltemi si è calmato lasciandosi dietro solo una leggera
brezza e a Fri, unico scalo dell'isola, ci accolgono un miniporto
e un molo per i traghetti protetto da un possente frangiflutti.
Fri è un villaggio molto ricostruito, di poche anime, dove
della grande tradizione marittima dell'isola non restano che i
cannoncini esibiti al porto, testimonianza della distruzione che
Kassos subì durante la guerra d'indipendenza (1824) ad
opera della flotta turco-egiziana. Con un mare finalmente amico
navigare diventa ora un rilassante godimento e le coste di Kassos
scorrono veloci. Riattraversiamo le bocche di Karpathos e
affrontiamo il versante occidentale dell'isola: oltre trenta
miglia di costa inaccessibile, con un solo valido e
particolarissimo ridosso all'estremo Nord. Inutile dirlo, siamo
l'unica barca in circolazione, in un paesaggio di superba natura
in cui la solitudine assume una dimensione esaltante. Nel
pomeriggio, appollaiato sulla cima della montagna, avvistiamo
Olympos, poi passate le rovine che si affacciano su Capo
Vourgounda inizia la ricerca di Tristomo: praticamente un miglio e
mezzo di fiordo con un accesso strettissimo ed invisibile.
All'interno la protezione è totale contro qualunque vento,
ma l'entrata con mare formato, come scopriamo presto, sarebbe una
forma alternativa di suicidio: un canale di un centinaio di metri
diviso in tre da due isolotti. Il passaggio centrale è un
trabocchetto di rocce semiaffioranti, quello di sinistra (per chi
entra) è appena sufficiente al passaggio di un gozzo;
l'unico buono è il canale di destra, largo una decina di
metri.
Tristomo è uno dei luoghi più suggestivi di
Karpatos, un pianeta a parte, con alcune case abitate solo nella
buona stagione, piccole chiese lambite dal mare e un silenzio
totale rotto appena dal vento e dal lamento di un asino in amore.
Un paesaggio simile ma più verticale ci accompagna lungo lo
stretto (strettissimo) che separa Karpathos da Sarì a, il
cui sbocco finale è un passaggio di pochi metri. E mentre a
Sud si snoda il versante orientale di Karphatos, noi risaliamo
lungo le coste alte e rocciose di Sarì a, isola
apparentemente disabitata, il cui mare di rara trasparenza è
un irresistibile richiamo subacqueo. Stupenda la caletta di
Palatia, incastonata nella roccia, ornata di antiche rovine e,
proprio in cima alla montagna, di un minuscolo monastero.
Orfani del Meltemi, in una navigazione fin troppo tranquilla,
iniziamo la via del ritorno lungo il versante Nord di Rodi.
Suggestivi gli isolotti di Halki e Alimnià , un tempo base
di importanti flotte commerciali, frequentati anche dalle barche
degli spugnari, e oggi simpatici villaggi di pescatori, meta
abituale per il turismo nautico. Meno suggestiva è la costa
di Rodi, bassa e orlata di lunghe spiagge, che riporta senza
grandi emozioni a Capo Milon, estremo nord dell'isola. Il rientro
in porto a notte inoltrata (che per i greci è più o
meno l'ora di cena), dopo otto giorni di mare e solitudine, ci
riporta il fragore e gli odori della città , lo sfavillio
delle luci e il senso della realtà. Quasi doloroso l'ultimo
ormeggio in banchina, presago del distacco da una barca a cui ci
eravamo ormai affezionati. Ma a prenderci la cima a terra
c'è già una coppia dall'indubbia apparenza nordica,
testa di ponte del nuovo equipaggio: ammainata la bandiera di
Nautica, da domani sull'Anemos sventolerà un vessillo
svedese. Buon vento!
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