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IN BARCA INTORNO ALLA SARDEGNA
Una guida vissuta alla crociera intorno all'isola dei nuraghi che
è ancora un'esperienza da vivere, soprattutto se si ha cura
di evitare il mese di agosto quando l'affollamento crea confusione
e disservizi. Le coste e le acque sarde possono offrire emozioni
senza fine a chi sappia civilmente rispettare l'ambiente.
Articolo di Luca Sonnino Sorisio
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LA NOTTE DEL DELFINO ED ALTRE STORIE
La nebbia avvolge ogni cosa, difficilmente vediamo l'albero e la
prua è scomparsa. Mai avremmo pensato che nei primi giorni
d'agosto, arrivando in Sardegna dall'Argentario, si potesse
verificare questo fenomeno, con il vento perenne che soffia da
queste parti. Che una volta non si sia riusciti al Cairo a vedere
le piramidi per colpa della nebbia, passi pure, ma che ora, nelle
Bocche di Bonifacio, ci si debba aggirare con il corno e udendo le
trombe delle altre barche vicine, è assurdo.
Santo GPS!
Per fortuna, anche se all'arrivo dopo la traversata
notturna del Tirreno piacerebbe gridare un umile: "Terra!", ora ci
facciamo strada tra le Secche Barrettinelli e La Maddalena
evitando di avvicinarci a rocce e scogli grazie a lui, il moderno sistema GPS,
da poco installato e mai abbastanza ringraziato.
Dopo una mezz'ora di navigazione cieca ed esclusivamente
elettronica, la foschia è diradata ed eccoci finalmente in
vicinanza di Santa Maria, Razzoli e Budelli. È un pò
affollato, ma bello. Immediatamente si accosta una motovedetta
della Guardia Costiera e ci avverte di non avvicinarci a meno di
trecento metri da Budelli. Abbastanza seccati ci andiamo a
rintanare a Cala G. Marino, ma appena si alza il maestrale ci
ripariamo dietro Santa Maria, facendo ben attenzione a evitare gli
scogli disseminati intorno.
La mattina successiva, di buon ora, dirigiamo verso la Spiaggia
Rosa di Budelli, perché alcuni a bordo non l'hanno mai
vista. Forse - pensiamo - al mattino presto non c'è nessuno
e possiamo scendere a terra per visitarla. È tempo che
tutti noi non mettiamo il naso da queste parti, ed è
evidente poiché, al contrario di quanto ricordavamo, oggi
la famosa spiaggia viene presa d'assalto già all'alba dai
barconi che vomitano decine di turisti: bambini, grida, donne che
preparano pic-nic, uomini che si aggirano con le scarpe e la
macchina fotografica... uno spettacolo scoraggiante. Comunque, ci
ormeggiamo al largo e cominciamo a varare il canottino. Stretto
l'ultimo morsetto del quattro cavalli, arriva la Guardia Costiera
che ci vieta l'ancoraggio a meno della linea dei trecento metri.
Però, pare, col canotto a remi si possa andare. La barca,
dunque, con una parte dell'equipaggio un pò contrariata, va
ad aspettarci oltre la fatidica linea, mentre noi si comincia a
remare. Quasi alla spiaggia veniamo bloccati da un gommone dello
stesso corpo che ci induce a tornare indietro: "I colleghi della
motovedetta sono nuovi e si sono sbagliati, il motore, anche se
spento, è fuorilegge e si deve lasciare in barca. La zona
è Parco Nazionale."
Rispondiamo che non ci risulta.
"Cioè, è Parco Marino."
Rispondiamo ancora che non ci risulta.
"Allora forse è riserva naturale, comunque è vietato, quindi via."
E torniamo a bordo dopo un'altra lunga remata, incavolati neri. Il
tutto mentre sulla spiaggia in questione continuano ad arrivare
barconi, che si avvicinano fino alla battigia e manovrano avanti e
indietro, senza badare alla velocità. Diversi giorni dopo
troveremo esposto a Porto Cervo il decreto che definisce l'isola
"area marina da proteggere" e vieta, tra l'altro, "la navigazione,
l'accesso e la sosta di navi o unità a motore". Va bene, ma
perché a remi non si può? Il motore spento può
inquinare? Forse perché sono vietate anche "l'alterazione
diretta e indiretta, con qualsiasi mezzo, dell'ambiente bentonico
e delle caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche delle
acque, nonché la discarica di rifiuti solidi e liquidi ed
in genere l'immissione di qualsiasi sostanza che possa modificare,
anche transitoriamente, le caratteristiche dell'ambiente marino"?
In definitiva, secondo la Guardia Costiera, noi con il motore
spento inquiniamo, mentre il carosello di barconi vomita-turisti e
le barche stesse delle forze dell'ordine, occupate tutto il giorno
a cacciare barche, anche a remi, scaricano dai loro motori profumo
ed essenza di violetta.
Ci tappiamo il naso e partiamo disgustati per Santa Teresa di
Gallura, fermandoci a fare il bagno e un'immersione a Cala
Spinosa, presso Capo Testa, dove è possibile un ottimo ancoraggio.
Nel pomeriggio entriamo nella stretta insenatura di Santa Teresa,
dove ormeggiamo in banchina. Di fare nafta non se ne parla, a
differenza dell'acqua. Il posto è tranquillo e ne
approfittiamo per una passeggiata fino in paese a fare la spesa.
La mattina seguente dirigiamo su Stintino, e inizialmente un buon
vento ci spinge a 7 nodi, ma poco dopo cala completamente, per
rialzarsi come una leggera brezza di prua piena. A motore
arriviamo a Stintino nel pomeriggio e ci ancoriamo alla ruota
dentro al porto. Vale la pena di visitare il porto minore, subito
dietro il caseggiato principale, dove sono ormeggiate le piccole
barche dei pescatori, molte delle quali armate con le vele latine.
Proprio qui, infatti, ne è ancora viva la tradizione e si
svolge ogni anno una regata, riservata esclusivamente a queste
vele. Affollatissimo questo porticciolo anche di piccole barche e
gommoni, il fondale è piuttosto basso e non permette
l'ancoraggio alle barche maggiori. Dall'altra parte, nel Porto
Mannu, c'è finalmente una pompa di carburante ma il giorno
seguente, avvicinandoci per il rifornimento, tocchiamo con la
chiglia e rinunciamo. Con un 46 piedi non sono poche le
difficoltà che si incontrano per avere la nafta, da queste
parti. Per fortuna ancora non siamo proprio a corto, quindi
salpiamo per avvicinarci all'isola dell'Asinara e superare il
passo dei Fornelli. Essendo colonia penale l'Asinara è
inavvicinabile, ma in fondo abbiamo la speranza che in clima
vacanziero, in una caletta lontana dal carcere, chiudano un occhio
e ci facciano fare almeno un bagno. Affianchiamo così il
gozzo di un pescatore e gli chiediamo, indicando l'isola, se
è possibile ormeggiare. La risposta è immediata,
molto esplicativa e convincente: due pugni congiunti all'altezza
dei polsi. Gli crediamo sulla parola e approfittiamo del mare
piatto per affrontare il passaggio dei Fornelli, in una zona di
minacciosi bassifondi che si estendono tra la Sardegna e l'isola
dell'Asinara. Il passaggio evita la circumnavigazione dell'isola,
con un risparmio di circa 23 miglia. Con l'aiuto del portolano
seguiamo le istruzioni, gli allineamenti con i pilastri/dromi
mantenendo i gradi-bussola indicati. A fianco scorrono fondali
bassi, anche solo tre metri, e ogni tanto osserviamo i movimenti
sull'isola, dalle forme abbastanza pianeggianti e con una
vegetazione secchissima, con qualche rado cespuglio. Molte
imbarcazioni militari e delle forze dell'ordine presidiano gli
approdi e apparentemente tutto è tranquillo, anche vicino
al carcere, una larga costruzione bianca che sorge ai piedi di un
rilievo. L'acqua intorno a noi è di uno splendido colore
azzurro chiaro ed è un peccato non poter fare il bagno in
questo mare. Alla fine del passaggio ci ritroviamo sul versante
ovest della Sardegna e di bolina puntiamo su Capo Caccia dove
arriviamo nel pomeriggio, dopo un bagno a Porto Ferro. Le
spettacolari pareti rocciose ci scorrono a sinistra mentre
entriamo nel riparatissimo Porto Conte e scegliamo Cala del Bollo
come rada per la notte.
Finalmente ci aspetta un giorno di immersioni a Capo Caccia,
famoso per i suoi fondali. Tanti saraghi, addirittura in branchi,
dentici, salpe, si muovono tra grandi massi e dentro le
innumerevoli grotte, ricoperte di gialli parazoanthus, simili a
fiori. Incontriamo alcuni polpi e perfino un cormorano, che
sfreccia sott'acqua per pescare. Per la ricarica delle bombole
abbiamo a bordo un compressore Bauer di dimensioni minime, che
stiviamo in navigazione sotto un letto di prua, e che ricarica in
tempi ragionevoli. La calma piatta, il clima caldo e secco sono
piacevoli compagni durante la permanenza a Porto Conte. Quando
decidiamo di partire, ma volendo prima visitare la grotta di
Nettuno, il maestrale si alza con violenza, e impedisce anche la
visita alla grotta, essendo impossibile lasciare la barca
abbandonata. Affrontiamo così le 19 miglia che ci separano
da Bosa. La nostra rotta è uguale alla direzione del vento.
Il mare in poco tempo monta e raggiunge, secondo una nostra stima,
forza 5. Tenere la poppa piena è un compito piuttosto
difficoltoso con le grosse onde quindi, dopo una buona dose di
stress, conveniamo che il lasco è più piacevole e
rilassante. Ci domandiamo chi mai abbia coniato l'espressione
"Vento in poppa!" come se fosse cosa meravigliosa da augurare. Da
oggi noi preferiamo di gran lunga un "Buon lasco!".
E proprio il lasco ci fa percorrere, con un bel zig-zag, un
tragitto totale di 34 miglia, 15 più del dovuto.
Bosa Marina, alla foce del fiume Temo, consiste in una lunga
banchina costruita a ridosso di uno scoglio chiamato l'Isola
Rossa, che ha una torre alla sommità. Ben ridossati
ancoriamo alla ruota su un fondale di sabbia buon tenitore,
insieme ad altre barche rifugiate qui per la sventolata. Ogni
tanto forti raffiche entrano nel porto, facendoci spostare di qua
e di là con perno sull'ancora, e obbligandoci a indossare
un maglione pesante nei giorni di ferragosto! Mentre uno rimane di
turno a bordo, gli altri vanno in paese per la spesa, a qualche
chilometro dal porto risalendo il fiume. Un servizio di bus
abbastanza frequente collega i due luoghi.
Il paese di Bosa, che si allunga lungo il fiume navigabile,
è caratteristico: lungo le banchine fluviali sono
tantissime le barchette e numerosi i gozzi dei pescatori.
L'impressione che si ha è quella di essere in una
comunità ancora basata in modo predominante sulla pesca.
Per le stradine strette, con i vecchi edifici, non pare di essere
nell'ennesimo posto di villeggiatura. La tradizione in questo
versante della Sardegna meno frequentato è evidentemente
più viva. In un negozio di alimentari troviamo una
confezione per preparare la fonduta, che non sarà una
ricetta tipicamente sarda, ma con il vento freddo che tira non
potrebbe essere più gradita.
Il giorno successivo la situazione rimane stazionaria, come del
resto ci aveva confidato un pescatore di aragoste: "da queste
parti, quando tira un maestrale così forte, non è
mai per un giorno solo". E da queste parti, aggiungo io, il
bollettino meteo è solo quello dei pescatori, perché
quelli per radio sono un terno al lotto. Nonostante una buona
documentazione, non si sanno i canali, le emittenti VHF e i canali
radiotelevisivi RAI spesso non si prendono, e interrogato una
volta Porto Torres sul bollettino, ci ha risposto che Roma Radio
non l'aveva inviato.
La mattina dopo, anche se il mare non è ancora calmato,
decidiamo di scendere verso il Golfo di Oristano. Le onde
rimangono formate, mentre il vento è teso ma meno forte, e
ci spinge anche oltre gli 8 nodi. Velocemente percorriamo la
trentina di miglia fino a Oristano, passando nel largo canale tra
Capo Mannu e l'Isola di Mal di Ventre, che in altre condizioni ci
sarebbe piaciuto visitare. Passato Capo S. Marco la calma piatta
ci accoglie e, fatto un giro di esplorazione nel porto industriale
di Oristano, in fondo al quale stanno costruendo una banchina
turistica vicino allo stagno di Santa Giusta, andiamo ad ancorare
in rada davanti alle rovine di Tharros, in cinque metri d'acqua.
Un bel salto di 45 miglia per arrivare all'isola di San Pietro ci
costringe a partire presto. Un bel vento con il mare piatto nel
golfo ci fa sperare in una piacevole navigazione, ma passato da
poco Capo Frasca, dal quale occorre passare ben larghi essendo
zona militare, la bonaccia ci assale. Un bel barracuda abbocca
alla traina che noi sempre filiamo, più per routine che per
vera convinzione, e il nostro skipper lo tira a bordo non credendo
ai suoi occhi. La cena, cucinata a dovere dalla nostra brava
hostess, è assicurata.
Continuiamo a motore in totale calma di vento. La costa in questo
primo tratto sembra quella del Mar Rosso: è arida, con dune
di sabbia color bianco e giallo inframezzate da rocce scure,
è alta, inospitale, con pochi approdi e rade riparate.
Tentiamo di fermarci a Capo Pecora per un bagno, ma un mare
vecchio di maestrale non ci consente l'ancoraggio senza ballare.
Dopo lo scoglio Pan di Zucchero la costa diventa più verde
e ospitale. È importante notare che dal porto industriale
di Oristano fino a Portoscuso non ci sono ripari apprezzabili.
Arriviamo così nel canale di San Pietro, dove entriamo con
tutti i sensi all'erta, poiché è famoso per le sue
secche pericolose e per i bassifondi. Ci fermiamo per un bagno
all'Isola dei Ratti, davanti all'Isola Piana, dove sui resti di un
antico stabilimento della tonnara sono sorti un villaggio
turistico e il porticciolo privato Villamarina. Sull'Isola di San
Pietro, dalla parte opposta del canale dove siamo ormeggiati, si
staglia un altro stabilimento della tonnara, che qui una volta era
un'industria fiorente. La maggior parte della popolazione è
di origine ligure, con provenienza dalla Tunisia. Pare, infatti,
che i primi abitanti siano stati dei pescatori di corallo liguri
che venivano da Tabarka. È nata così una miscela sia
di tradizioni che di linguaggio: fa impressione camminare per le
stradine di Carloforte, tra palazzi dell'ottocento, e ascoltare il
dialetto genovese o vedere i ristoranti che offrono con la stessa
naturalezza il cus cus - chiamato qui cascà - e il pesto. E
i genovesi avevano reso fiorentissima, come anche in altre zone
della Sicilia, l'industria della tonnara, oggi purtroppo in
abbandono a causa della diminuzione del passaggio dei tonni, che
vengono pescati ancor prima che si avvicinino alle coste da flotte
pescherecce modernissime. Camminando tra le mura diroccate del
vecchio stabilimento, raggiunto con il canottino, tutto sembra
essere rimasto come l'ultimo giorno di lavoro, mentre il tempo ha
pensato a consumare e a distruggere. Si chiamava Stabilimento di
Portopaglia, dalla scritta ancora leggibile sul frontale della
parete verso il mare. La ruggine sta divorando le grandi vasche
dove i tonni venivano messi a bollire, per poi essere inscatolati
sott'olio. Nei capannoni, come vecchi fantasmi, ancora pezzi di
reti e vecchi macchinari si scorgono sotto i calcinacci. In un
angolo giacciono un mucchio di vecchie scatole di latta con
qualche scritta leggibile. La ditta proprietaria era la SORIMA di
Genova e la marca del tonno e delle sardine era "Artiglio". Mi
riviene in mente una vecchia storia degli anni trenta, quando
l'equipaggio della società di recuperi marittimi Sorima,
imbarcato sull'"Artiglio", ritrovò il tesoro leggendario
dell'"Egypt". Evidentemente la società era la stessa e il
grande rumore che fece la notizia del tesoro portò a
chiamare il tonno con lo stesso nome della barca diventata famosa.
A Carloforte troviamo un posto in banchina, dopo l'entrata nel
porto seguendo attentamente le istruzioni sulle carte. Bisogna
infatti rispettare alcuni allineamenti con i dromi per passare tra le secche.
Informandoci sulla possibilità di fare rifornimento di
nafta, un'altra amara notizia: il fondo davanti alla pompa è
basso. È mai possibile che dalle Bocche, con un 46 piedi,
non siamo ancora riusciti a fare nafta? A Santa Teresa non
c'è, forse - dai sentite in banchina - per il fallimento
della stazione; a Stintino e Alghero il fondo è basso; a
Bosa non esiste; a Oristano Santa Giusta non c'è; a
Oristano Le Baracche non c'è fondo, e qui pure. Morale
della favola? Ormai la nafta ci serve, quindi facciamo con le
taniche. In compenso ci riprendiamo dalle fatiche con un buon
pasto al ristorante. Decidiamo di passare qualche giorno qui
invece di andare fino all'isola tunisina di La Galite, cosa che ci
porterebbe via troppo tempo per poter tornare nei tempi stabiliti,
anche nell'incertezza delle condizioni atmosferiche non perfette.
Scopriamo così che San Pietro è frastagliata, con
tante cale bellissime e insenature riparate. A Cala Vinagra e in
una piccola insenatura a ovest di Punta Grossa ormeggiamo su un
fondale trasparente, e ci immergiamo. Le grotte caratterizzano il
mondo sottomarino, con giochi di luce fantastici. A Cala
Spalmatore passiamo una notte in rada, mentre l'ultima sera prima
di partire, ancorati alla ruota dentro al porto di Carloforte,
l'isola ci riserva un saluto speciale. Al tramonto, nel pozzetto
con un aperitivo in mano, osserviamo uno stormo di fenicotteri,
forse provenienti dalla vicina salina, stagliarsi contro il cielo
rosso. E dopo cena, sorseggiando il vincitore del quotidiano
dilemma tra mirto o limoncello, nel buio ci incuriosisce il rumore
improvviso di un soffio. Siamo forse già ubriachi o
può essere un delfino che sta girando intorno alla barca?
Poi lo vediamo distintamente contro le luci riflesse nell'acqua.
Al nostro stupore rispondiamo con tre spiegazioni: o è
entrato nel porto e non riesce a uscirne, ma ci sembra limitativo
per il povero delfino, oppure è a caccia di un branco di
pesci. La terza è più fantasiosa, ma non più
di tanto: la musica alla radio - Vangelis, New Age e Beethoven -
risuona attraverso la scafo e lo attrae? Rimarremo per sempre nel
dubbio, preferendo interpretare la sua permanenza di un'ora buona
intorno alla barca come un saluto.
NEL VENTO, NEL SOLE
Termina sul versante orientale, da dove era partito, questo
itinerario su un mare ancora pulito con trasparenze impensabili,
toccando porti e ridossi, spazi quasi deserti e affollamenti di
barche, un mondo di rocce e di mare, di spiagge bianche e di
grotte, che solo una barca ben attrezzata può far scoprire interamente.
La rotta è sull'Isola del Toro, a Sud di Sant'Antioco.
L'Isola di San Pietro, a poppa, è sempre più
piccola. Con il nostro veloce 46 piedi avanziamo a motore, con il
vento dritto di prua, e la randa stabilizzatrice. Vogliamo fare in
fretta per passare Capo Teulada prima che la situazione meteo
cambi. Quando arriviamo nei pressi di Capo Sperone, la punta
meridionale di Sant'Antioco, forti raffiche scendono dalle pareti
dell'isola. Prepariamo il fiocco e al momento di doppiare la punta
siamo pronti all'azione e invelati. Ma una brutta sorpresa ci
aspetta: un bel mare grosso formato con un vento molto forte di
Scirocco ci annunciano che se vogliamo affrontare le circa 13
miglia fino al Capo Teulada dobbiamo soffrire con numerosi bordi.
Intravediamo lontano il capo, esattamente sulla direzione di
provenienza del vento. Ci guardiamo così negli occhi e, non
avendo impegni pressanti, decidiamo che siamo in vacanza e non
vogliamo tribolare. Torniamo indietro, tutti d'accordo, in una
caletta ridossata subito dietro la punta e attendiamo che calmi il
mare o almeno per sentire il bollettino. La giornata passa
così in ozio e al mattino dopo eccoci a riprovare
nuovamente. Ma anche stavolta rinunciamo: il mare è
aumentato e il vento è stazionario. Doppiare questo capo
assume per noi dimensioni leggendarie, ai livelli di Capo Horn. Ci
rifugiamo, per consolarci meglio, nel porticciolo di Calasetta,
nella parte settentrionale di Sant'Antioco. Le numerose barche di
pescatori ci indicano l'attività principale di questo
paese, caratteristico per aver le strade strette e perfettamente
rettilinee. Un pescatore ci svela il segreto di Capo Horn: da
queste parti lo Scirocco è la normalità, come il
Maestrale più a Nord. Ceniamo in banchina e per una sera
gli uomini preparano la cena da soli, dando uno schiaffo morale
alle donne che li credevano del tutto incapaci: antipasto con
carta musica e salsa tonnata, risotto al curry, pasticcio di
patate e insalata mista.
Durante la notte soffia un bel vento da Nord-Ovest e pensiamo che
finalmente si possa andare. Giunti molto presto sul solito Capo
Sperone e superata l'Isola della Vacca, ecco immancabile il nostro
appuntamento: Scirocco forte. Stufi, stringiamo i denti e
continuiamo fino a Porto Teulada di bolina, con 30 nodi di vento e
mare sempre in aumento (è incredibile come si alzi in un
batter d'occhio). Dopo sei ore ormeggiamo alla ruota ben riparati.
Nel porto non c'è niente, a esclusione di un bar che la
sera mette dei tavolini e si trasforma in un piccolo ristorante.
Il paese è a 9 chilometri, ma riusciamo a comprare qualche
genere alimentare allo spaccio di un campeggio vicino.
La mattina successiva, alle 6 si parte per Villasimius, con
davanti una bella tratta di una quarantina di miglia. Sfiliamo
davanti a Capo Malfatano e all'omonimo porto naturale subito
dietro, che offre un bellissimo ridosso. A Capo Spartivento
comprendiamo la ragione di questo nome. Ormai è chiaro che
a una certa ora si alza lo Scirocco, ma dallo Spartivento in poi
c'è dapprima calma di vento, finché non si alza un
bel Maestrale. La costa è caratterizzata da una lunga
spiaggia, che una vecchia guida definisce la più bella
della Sardegna: ma oggi sono cresciuti enormi residence di
cemento, e la spiaggia ha una quantità di ombrelloni, stile
Riccione. Così la vecchia e riconosciuta guida la
battezziamo il "Vecchio Testamento", mentre l'edizione aggiornata di
Pagine Azzurre diventa il "Vangelo".
Un bel bagno finalmente ce lo meritiamo, all'Isola dei Cavoli,
sotto al faro nella parte orientale. Montato anche il tendalino,
per difenderci dal caldo, studiamo la carta della zona per
scegliere un buon punto per un' un'immersione e alla fine
decidiamo per la Secca di Santa Caterina, dove dovremmo trovare
una boa di segnalazione. Nel pomeriggio, prima di entrare in
porto, andiamo a dare un'occhiata alla secca, ma dopo vari
tentativi e allineamenti la boa non si riesce a trovarla. Eppure
è segnata su tutte le aggiornatissime carte ufficiali e una
volta, inoltre, già mi ero immerso lì qualche anno
prima, e la boa me la ricordo bene. Rimandando il problema al
giorno dopo, ci avviciniamo al porto di Villasimius, che troviamo
in lavori di allargamento. Negozi e rifornimenti non se ne parla.
Anche la situazione degli ormeggi è confusa e ci ancoriamo
alla ruota subito fuori. La mattina seguente mettiamo le
coordinate della secca fantasma sul
GPS e partiamo facendoci
guidare dallo strumento e controllando l'ecoscandaglio. Arriviamo
nel punto esatto ma il sommo non riusciamo a trovarlo e tanto meno
la boa. Ancoriamo su una decina di metri e ci immergiamo.
Evidentemente la secca, nella sua parte più sporgente,
è stata fatta saltare via. I grandi massi sono tutti
avvolti da uno strato giallo-verde di alghe filamentose, causato
probabilmente dall'eutrofizzazione. Qua e là delle gorgonie
superstiti affiorano dalla spettrale bambagia. Torniamo così
in superficie delusi, e ci ancoriamo in una bella caletta
dell'isola Serpentara.
Un bel vento in poppa ci spinge mentre risaliamo la costa e, solo
con il fiocco, teniamo una media di 6 nodi, raggiungendo Porto
Corallo in 3 ore. Tutto in costruzione: una volta terminato
sarà sicuramente un bel porto. Attracchiamo di fianco con
due cime a poppa e a prua su una banchina non ancora terminata. A
parte qualche altra barca a vela, sempre le stesse che incontriamo
da diversi giorni, il porto è vuoto e per comprare qualche
genere alimentare ci rivolgiamo allo spaccio di un campeggio poco lontano.
Con comodo molliamo gli ormeggi il giorno dopo, risalendo verso
Nord con calma di vento. 32 miglia ci dividono da Arbatax.
Passiamo vicini all'Isola di Quirra, sperando di pescare con la
traina che da qualche giorno ci delude, facendo attenzione a una
secca rocciosa che si estende verso il largo. La costa fino a Capo
Sferracavallo, e oltre, è bella, con le montagne rosse per
la conformazione caratteristica della roccia. Le barche sono
pochissime e lungocosta non ci sono strade che corrono vicino al
mare: le poche che vi arrivano sono sterrate e deserte.
Approfittiamo di un posto così selvaggio per un bagno,
interrotto solo dal passaggio di un gozzo con a bordo numerosi
pesci spada. Mano a mano che ci avviciniamo a Capo Bellavista
incontriamo sempre più barche. Evidentemente stiamo
arrivando in un tratto costiero molto frequentato. Passiamo la
notte ad Arbatax e all'indomani puntiamo sul Golfo di Orosei.
Presso il Capo Monte Santu facciamo sosta per andare a esplorare
Cala Tramontana con il tender, entrando fino in fondo a uno
stretto fiordo, dall'acqua color smeraldo. Verso Cala Sisine
cominciano a proliferare i gommoni e aumentano sempre più.
Nel golfo fanno la parte del leone e sono ovunque. Il paesaggio
è stupendo: le rocce sono a picco sul mare e l'acqua
è azzurrissima per il fondo di sabbia, che nelle calette
forma candide spiagge. Ci ancoriamo davanti alla spettacolare
Grotta del Bue Marino e partecipiamo alla visita guidata che parte
ogni ora e si inoltra nel cuore della montagna.
Alla fine della giornata entriamo a Cala Gonone, ma l'affollamento
del porto ci costringe a continuare verso Nord. Al tramonto ci
fermiamo vicino a dei moli frangiflutto e ormeggiamo in rada, ma
proprio al momento di andare a tavola, sorte crudele, si alza un
pò di mare. Cominciamo a ballare e le prospettive di una
nottata poco tranquilla ci inducono a tornare a Cala Gonone, anche
se in seconda fila.
La successiva tappa sarebbe a La Caletta o Porto Ottiolu, ma un
bellissimo vento in poppa ci spinge - e noi lo lasciamo fare -
molto più su, fino a Molara. Entrati nel canale tra l'isola
e Capo Coda Cavallo andiamo a passare la notte a Cala Girgolu, che
offre un buon riparo. Qui, tra Molara e Tavolara, ci aspetta
qualche giorno da dedicare alle immersioni, alla pesca, al
windsurf. In particolare l'Isola di Tavolara ha un forte fascino e
non indugiamo a circumnavigarla, scegliendo poi il posto migliore
per una pescata in apnea.
Passato il Golfo di Olbia entriamo nell'atmosfera della Costa
Smeralda, che dopo un mese vissuto in modo abbastanza solitario,
ci sciocca un pò. Volendo rimanere ancora una notte in
rada, ci ancoriamo fuori da Porto Rotondo, nel riparatissimo Golfo
di Cugnana. Qui avviene una cosa stranissima: poco dopo il
tramonto, e ovviamente in un momento di relax idilliaco, arriva
una terribile sventolata dritta da un vallone tra le montagne.
Ariamo su un fondale fangoso sotto la spinta di 30 nodi di vento e
buttiamo l'ancora più volte senza risultato. Poi, dopo
circa mezz'ora, smette di colpo e tutto ritorna calmo e placido.
Ancora ci domandiamo il significato di una così dispettosa
manifestazione.
Vaghiamo per la Costa Smeralda in attesa di un buon bollettino per
fare il grande salto del Tirreno. E qui viene il bello. A fine
agosto o i meteorologi sono tutti in vacanza o sono
particolarmente sfortunati, perché nessuno ci ha azzeccato.
Per due giorni, a parte i "non pervenuto causa avaria al telex",
prevedono insistentemente forza 5 da SW - che come direzione non
ci dispiacerebbe - per poi peggiorare con l'arrivo di una bassa
pressione. Allo Yacht Club Costa Smeralda, la visione offerta dal
satellite sul monitor a disposizione all'entrata principale,
mostra in effetti un grosso vortice minaccioso in avvicinamento
che lascia intendere un peggioramento nei giorni successivi.
Decidiamo di partire subito, prima che il tempo cambi. Ebbene,
durante il centinaio di miglia fino all'Argentario mai una volta
che abbia soffiato da SW. Arriviamo a Cala Galera a tarda notte
dopo una dura navigazione. Il giorno dopo solo RAI 1 si
scuserà con i gentili telespettatori per non aver saputo
prevedere il tempo. Noi, stanchi morti, dormiamo per diverse ore
di fila, soddisfatti di aver circumnavigato la Sardegna.
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