
NOTIZIE DAI MARI DEL GLOBO
a cura di Eleonora De Sabata
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AMBIENTE MARE
IL MARE ALZA LA VOCE
Questo il pay off che McCann Erickson
Roma ha ideato per l'associazione ambientalista capitolina Marevivo.
In un periodo economicamente difficile, i Signori del mondo si stanno
rimboccando le maniche per salvare le sorti finanziare del pianeta
dimenticandosi, però, della salute del nostro mare, ricordata
occasionalmente dalle cronache solamente quando succedono catastrofi
come l'ultima vicenda della piattaforma BP in Louisiana. Lo scorso 14
maggio Marevivo ha lanciato un appello, a Roma, con una manifestazione
che ha visto gli attivisti dell'associazione, tutti con il lutto al
braccio, srotolare lungo Ponte Matteotti un drappo nero di 360 mq con
su scritto "Poisoning the Sea is Killing the Planet", in italiano "Chi
avvelena il mare uccide il pianeta". Una protesta, questa, contro
l'indifferenza che rischia di far fallire gli obiettivi del
"20.20.20", ribaditi a Copenhagen, e per promuovere un incontro a
livello mondiale nel quale capire quali misure adottare per la tutela
dell'ecosistema marino. Per ulteriori informazioni www.marevivo.it.
L'ACQUARIO DI CASA NOSTRA
Gaetano Mura, che ha attraversato
l'Atlantico in solitario durante la scorsa MiniTransat, di mare ne ha
visto: "In navigazione mi capita di incontrare pesci grandi, balene,
delfini a non finire. Però vedere nel golfo il krill, i
delfini, le balene, gli squali, i pesciluna, i tonni che saltavano...
è stato emozionante. Il mare di casa sembrava un acquario". Il
Golfo è quello di Cala Gonone, ma le balene - balenottere
comuni che, al contrario di quanto suggerisca il nome, sono tutt'altro
che comuni e, invece, a rischio di estinzione - sono state avvistate
un pò ovunque lungo la costa nord-orientale della Sardegna
nella primavera 2010: entro i confini sardi del Santuario dei Cetacei
(la zona d'alto mare che comprende il nord della Sardegna fino alle
coste francesi e toscane), a Tavolara e ancora a Orosei e giù
fino ad Arbatax. Al contrario dei capodogli, le balenottere raramente
mostrano la coda quando s'immergono e tutto quanto si riesca a vedere
di queste gigantesche creature, lunghe dai 18 ai 24 metri per 50
tonnellate di peso, è il dorso, la minuscola pinna dorsale e lo
spruzzo generato dal loro respiro. Nuotano a velocità
sostenuta, appaiono in superficie per pochi secondi per poi riemergere
anche un quarto d'ora dopo a centinaia di metri di distanza. Inutile
dire che le nostre conoscenze su di loro sono molto limitate. Anche i
loro banchetti si svolgono per lo più alle alte
profondità - 400-500 metri - dove si concentrano gli sciami di
gamberetti di cui si nutrono. Non così a Cala Gonone, dove le
balene si sono esibite in balzi e, spesso, in gigantesche scorpacciate
a pelo d'acqua: coricate su un fianco, spalancavano e richiudevano la
bocca filtrando tonnellate di acqua e trattenendo il krill tra i
fanoni (foto e video sul sito www.gaetanomura.com). Banchetti
osservati finora solo a Lampedusa. Balene in così gran numero e
così vicino alla costa, da quelle parti non le ricorda nessuno.
Mentre d'estate le balenottere si concentrano nell'area del Santuario,
dove vadano a finire in inverno è ancora un mistero. A parte
gli sporadici avvistamenti invernali al largo di Lampedusa, nessuno sa
se si concentrino altrove o, più semplicemente, si sparpaglino
in alto mare. Lo scorso inverno i ricercatori del Ministero
dell'Ambiente e dell'Istituto Tethys, nel corso del censimento aereo
dei cetacei nell'area del Santuario, aveva avvistato un solo
esemplare. A Cala Gonone però non è la prima volta che
si vedono le balene, e i pescatori raccontano come i gamberi siano una
presenza stagionale lungo quel tratto di costa. (Si ringrazia la
Guardia Costiera e l'Area Marina Protetta di Tavolara e Capo Coda
Cavallo per l'assistenza.)
UN OCEANO DI SPAZZATURA
La tristemente famosa "isola
galleggiante di spazzatura" dell'oceano Pacifico non è l'unica
ad appestare gli oceani. Anche nel mare dei Sargassi le correnti
superficiali hanno creato una chiazza con una concentrazione media di
20.000 pezzi di plastica per chilometro quadrato, con punte di dieci
volte superiori. In Atlantico una chiazza simile si forma anche al
largo delle Azzorre, ma le "isole di plastica" esistono un pò
in tutti i mari del mondo al centro delle correnti che assumono una
rotta circolare. I gorghi concentrano al loro centro i rifiuti
galleggianti in mare. Una volta catturati lì rimangono per
sempre, con una piccola percentuale che riesce a sfuggire andando poi
ad arenarsi sulle spiagge. Pioniere della ricerca in questo settore
è Curtis Ebbesmeyer (che ha recentemente pubblicato
l'interessantissimo "Flotsametrics and the Floating World") che ha
svelato l'andamento di queste correnti grazie anche all'osservazione
di dove, e quando, i detriti si vanno spiaggiando. Nonostante non sia
stata ancora identificata una simile "isola" in Mediterraneo, il
nostro mare è percorso da fiumi di spazzatura: sacchetti,
taniche, miliardi di bastoncini colorati dei cottonfioc. 175 milioni
di persone, un traffico navale fra i più elevanti del mondo e,
soprattutto, la natura di un mare semichiuso con appena lo sbocco di
Gibilterra verso l'Altantico (occorrono 75 anni per il ricambio totale
delle acque del Mediterraneo) sono le cause della crisi-spazzatura.
Secondo il Rapporto UNEP-MAP, il Piano di Azione Mediterraneo del
Programma Ambiente delle Nazioni Unite, la plastica rappresenta il 75%
dei rifiuti presenti sulla superficie dei mari o sui fondali. Un
materiale che non si degrada neanche in 1.000 anni. La plastica
galleggiante viene spesso ingerita da animali come tartarughe,
capodogli e uccelli marini, che la scambiano per preda. Ma anche
quando si spezzetta in frammenti minuscoli non cessa di essere
pericolosa: la plastica cattura sulla sua superficie gli agenti
inquinanti e diventa così un concentrato micidiale di sostanze
tossiche che viene ingerito dagli organismi filtratori e da essi
risale, accumulandosi, lungo la catena alimentare arrivando fino
all'uomo.
LA STRAGE DI TARTARUGHE
Sono milioni le tartarughe marine
uccise "accidentalmente" negli ultimi vent'anni: i luoghi più
critici il Mediterraneo e il Pacifico orientale. È il risultato
di uno studio americano che ha analizzato i dati delle catture
accidentali in molte aree del globo, evidenziando almeno 85.000
esemplari finiti nelle reti a strascico o negli ami destinati a tonni
e pescispada. Poiché i dati si riferivano a meno dell'1% delle
flotte mondiali, e ignora totalmente la pesca artigianale non
industriale, i ricercatori hanno concluso che le catture si possano
contare in centinaia di migliaia, se non milioni di esemplari. Alcune
modifiche agli attrezzi da pesca riescono a ridurre fortemente le
catture delle tartarughe senza però avere un impatto negativo
sulla specie bersaglio: il TED, una sorta di "uscita d'emergenza" per
tartarughe nelle reti a strascico, e gli ami circolari per i palangari
si sono dimostrati efficaci nel ridurre la mortalità delle
tartarughe. Questi attrezzi hanno però dei costi e non sono
disponibili in molte zone del mondo.
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