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SARO DI LAMPEDUSA
N. 2 - Giugno 2009 ![]() La rivista a fumetti interamente dedicata al mare ed alle barche |
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CHERSO
Testo di Attilio Menconi Orsini Anche con le vele ridotte alla sola tormentina le coste di Cherso ci sfilavano a gran velocità. Sempre per tranquillizzare mia moglie (Elena resistette per altri quattro o cinque anni a questi spaventi poi si rifiutò di seguirmi e io imparai a fare il solitario) riuscii a fare un salto sotto a prendere una carta. "Ecco, andiamo a Cherso. Appena scapoliamo Punta Pernat e infiliamo il canale tutta l'isola ci ridosserà dal vento". Mia moglie non era convinta ma d'altra parte a quel punto non potevamo fare niente altro che proseguire in poppa e Cherso era il primo porto in cui ridossarci. Così passavano le ore, mentre io cercavo di raggiungere il Meteor (che però in poppa, anche se più piccolo, era un cattivo cliente: Van De Stadt lo aveva progettato con linee più moderne di quelle del Classis, già con uscite di poppa piatte) con mia moglie incrostata al pulpito senza dire una parola, le nocche bianche per lo sforzo. Riuscii per un attimo a farle aprire una mano per tenere il timone, quando il gommoncino, che avevamo a rimorchio, sotto una raffica si involò passandoci sopra la testa e io mi precipitai a rizzarlo sulla tuga. Ho ancora una foto, scattata un paio di anni dopo in una occasione simile: sulla poppa sbandata mia moglie è aggrappata con entrambe le mani al pulpito di sopravvento. La luce è quella un pò livida delle giornate di vento e nuvole. Contro lo scuro delle onde e del cielo spicca il giallo della cerata: dalla tasca spunta un tetrapak di acqua minerale, che nella sua disperata certezza di naufragio le dava un minimo di sicurezza. Ogni anno credevo che fosse per lei diverso (e lo era, finché il vento era leggero) ma la realtà era che non sono mai riuscito a trasmetterle la mia intima ed egoistica certezza che una barca a vela, se solida e ben condotta (e io davo per scontato che tutti sapessero che sapevo condurla, anzi che ero il migliore), era il più sicuro mezzo di trasporto. Mi sembrava una cosa così ovvia che forse non ho mai fatto nessuno sforzo per capire che per altri poteva non esserlo. Ora mi dispiace. Riconosciuta a sinistra la mole scura di Punta Nera, mi preparai a doppiare Punta Pernat accostando a destra di 100-120°. Contavo di trovare acque ridossate e invece il vento sembrava prendere la rincorsa giù dai monti e soffiava ancora più forte. Ecco perché non c'è un albero, pensai. Non solo, ora era bolina se volevo attraversare il Vallone di Cherso e imboccare il canale verso il porto. E se mancavo l'ingresso, non mi veniva in mente niente altro che tornare a poggiare, fino su a Fiume. In fondo al Quarnaro. Ma, a parte tutto, voleva dire altre quattro ore almeno di mare grosso, sempre che nel frattempo non fosse girato a bora, che nel Quarnaro ha uno dei suoi regni (il primo è nel Canale di Maltempo) e allora saremmo stati nei guai veri. Così fu giocoforza dare altra randa e stringere, anche se voleva dire sbandare fino a mettere ben più della falchetta in acqua e ad avere l'albero quasi orizzontale. Elena, sempre muta, pendeva letteralmente da sopravvento. Percorso come due schegge il Vallone e poi il canale, entrammo nell'ampio porto di Cherso e qui sorse un nuovo problema: dove andare? Non era in conto di andare a Cherso, quindi non ne sapevamo nulla, né durante la navigazione avevamo avuto tempo e modo di leggere il Portolano (ammesso che servisse a qualche cosa per le piccole barche). A destra, di fronte al paese, si apriva l'ampia valle del porto (dove ora c'è il marina) ma, anche lì l'acqua ribolliva sotto le raffiche e non vedevamo né un molo né una bitta cui ormeggiare. Aldo tentò dritto, verso il molo del traghetto, davanti al paese, ma a gesti da terra gli fecero capire di andare via che era proibito. Così ci precipitammo, di nuovo correndo in poppa davanti al vento e con un mucchio di tela, nel mandracchio (il porticciolo interno per le piccole imbarcazioni da pesca, a remi). Appena dentro riuscimmo uno dopo l'altro ad accostare di 180° a destra, prua al vento, afferrandoci in seconda e terza andana a un grosso motoscafo che, tutto coperto di teloni, sembrava in rimessaggio. Tutto sommato fu anche una bella manovra, possibile però solo perché avevamo due barche piccole e che viravano su un soldo. Era finita bene e con molta fortuna, perché il mandracchio di Cherso, senza che noi lo sapessimo, ha acque profonde solo in quei pochi metri, per il resto si e no un metro, e fondo roccioso, duro. Poco dopo il nostro ormeggio cominciò a diluviare e per due giorni fummo isolati dentro la barca. Due giorni di pioggia in barca sono lunghi e, terminato quello che ancora non avevo letto, mi misi a guardare dagli oblò. Scoprimmo così che il motoscafo non era disabitato: a bordo c'erano quello che era evidentemente il marinaio, che non uscì mai, e una bellissima ragazza che usciva solo per fare un salto a rifornire tutti e due di cibi e bevande. Cherso, come Grado, è uno di quei paesi dell'Adriatico dove il mandracchio prende il posto della piazza principale: tutt'attorno si aprono i negozi, sulle banchine c'è il passeggio serale. Così imparammo ad attraversare la prua del motoscafo (i due occupanti, beati loro, non si accorsero mai del nostro passaggio) e la banchina e arrivavamo nella gelateria alla moda di Cherso: meno di dieci metri dalla barca alla porta. Per la verità gli sladoled, i gelati, avevano allora, anche se già fatti con macchine modernissime, un sapore un pò strano: che fossero di limone o cioccolato o frutta sapevano sempre poco di limone, cioccolato o frutta e molto di grasso. Passata la pioggia e la successiva bora, ci fermammo qualche giorno perché Cherso era un delizioso e ancora segreto gioiello: la loggetta quattrocentesca in fondo al mandracchio, e tutto il paesino cresciuto ad anfiteatro attorno al piccolo porto, con le calli strettissime e tortuose, tutte convergenti verso lo specchio d'acqua, che davano l'impressione che le case volessero stringersi attorno alle passere (le lance tipiche della costa est dell'Adriatico) ancora tutte in legno, all'ormeggio. Tornammo anche, nelle nostre passeggiate lungo il canale, a rivedere da terra i luoghi del nostro arrivo tumultuoso; ricordo tutti e quattro noi adulti impegnati a proteggere i muretti di pietre, opera secolare dei contadini in tutta l'Istria e le isole, dall'opera del piccolo Mazzanti che, dopo due giorni chiuso in barca, sfogava la sua esuberanza tirando in mare sassi che cercava di procurarsi appunto dai muretti. |