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SARO DI LAMPEDUSA N. 2 - Giugno 2009

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IL GUARDIANO DEL FARO DI MARETTIMO
Testo di Annamaria "Lilla" Mariotti
Pubblicato su Nautica 569 di Settembre 2009
Bonaventura Venza, o meglio, Ventura, come ama essere chiamato, l'uomo
che nacque due volte. La prima fu a Marettimo, una delle Isole Egadi,
il 28 Giugno 1934, la seconda 13 anni dopo, quando, in seguito a un
incidente di cui non ama parlare, lui morì, andò di
là, come dice Ventura, e ritornò in vita dopo aver visto
tante cose, molto toccanti, che segnarono per sempre la sua vita. Non
vuole dire cosa ha visto, è un suo segreto e non vuole
dividerlo con altri, bisogna credergli sulla parola. Forse è
per questo che Ventura è un uomo così sereno,
così pacato, così gentile. Può sembrare un
racconto, strano, fantastico, ma chi conosce Ventura sa che le cose
stanno proprio così, come lui le racconta.
La sua vita si è svolta come quella di tanti ragazzi isolani, e
quando compie 18 anni la cosa più logica da fare è
quella di entrare in Marina, cosa che fa con tutto l'entusiasmo della
sua età, e vi rimane per alcuni anni, ma purtroppo a un certo
punto la salute lo tradisce. Il mare può essere un elemento
meraviglioso, ma tradisce Ventura procurandogli una grave forma di
reumatismi che gli impedisce di continuare la sua carriera. È
il 1968 e Bonaventura ottiene il congedo per invalidità mentre
si trova a Venezia. Ora tutto quello che lo aspetta è una
pensione e il diritto a un posto statale che gli consenta di vivere
decorosamente, non certo una grande prospettiva. Ma il destino alle
volte ha in serbo delle sorprese, e nello stesso anno viene assegnato
proprio al faro di Punta Libeccio, nella sua Marettimo, così
Ventura torna a casa.
Marettimo è una delle isole Egadi, insieme a Levanzo e
Favignana. Queste tre isole, quasi tre sorelle, si trovano al largo
della costa occidentale della Sicilia e Marettimo è un'isola
particolare, una montagna in mezzo al mare, la più lontana
dalla costa della Sicilia, un'isola quieta e tranquilla, dove si
sentono solo lo sciabordio delle onde che si infrangono sugli scogli,
il sibilo del vento e le grida dei gabbiani. Qualcuno ha detto:
"Trovata Marettimo, ritrovi te stesso" e chi c'è stato giura
che è vero.
Ventura nel frattempo si è sposato e va a vivere nel faro con
la moglie e un altro farista, suo sottoposto, anch'egli con la
famiglia, e comprende immediatamente che quella è la sua vita,
nel posto più bello del mondo. Il faro si trova sulla costa Sud
dell'isola, Punta Libeccio, su una roccia che si eleva a 24 metri sul
livello del mare, la torre è alta 50 metri, il che porta
l'altezza totale della lanterna a 74 metri, è stato costruito
nel 1860 in pietra con una torre ottagonale, ed è tutto bianco
con una striscia nera al centro del caseggiato su cui spicca la
scritta "Punta Libeccio". Le sue lenti di Fresnel di prima classe, di
fabbricazione svedese e installate nel 1955, ne fanno il secondo faro
d'Italia per importanza dopo la Lanterna di Genova. Il faro ha una
portata luminosa di 36 miglia, con due serie di lampi e due eclissi
per un periodo di 15 secondi. Questo faro ha un'altra caratteristica:
la sua luce arriva quasi a incrociarsi con quella del faro di Capo
Bono in Tunisia che è proprio di fronte a lui.
Il tempo passa e Ventura vive in simbiosi con il suo faro, il suo
lavoro comincia la sera, quando cala il sole e lui provvede
all'accensione della lanterna, poi va a dormire tranquillo,
perché se qualcosa non va un segnale di allarme lo avverte e
lui ha il tempo di intervenire. Poi, di giorno, ci sono tante altre
cose da fare: pulire i vetri, lucidare gli ottoni, eseguire piccole
riparazioni, e lui fa questo e altro, perché non c'è
lavoro che Ventura non sappia fare. Quella è la sua casa e
Ventura ci vive felice, immerso nella natura, di fronte alla montagna
di cui impara a conoscere ogni minimo particolare.
Tutto questo dura 18 anni, poi il faro viene automatizzato e la
presenza sul posto di un farista non è più necessaria,
così lui e la moglie si trasferiscono in paese, a Marettimo, a
9 chilometri dal faro, ma gli rimane l'impegno del controllo,
così ogni due giorni, su una campagnola, Ventura affronta la
strada dissestata che attraversa la montagna e lo porta a Punta
Libeccio. Questa strada è così pericolosa che ogni volta
lui saluta la moglie come se fosse l'ultima volta che la vede, le
curve sono così strette che spesso la campagnola si trova con
una ruota sul precipizio, ma Ventura continua il suo lavoro con
tenacia, e ogni volta torna a casa. Niente di male poteva accadergli
vicino al "suo" faro. Un faro indomito, destinato a durare,
perché già durante l'ultimo conflitto mondiale aveva
corso un bel rischio. Al tempo dello sbarco degli americani in Sicilia
era stato dato l'ordine dai militari di ostacolarli in ogni modo,
facendo saltare postazioni strategiche nei porti siciliani, e il faro
di Marittimo era considerato di grandissima importanza per la
navigazione, ma anche troppo utile per aiutare quello che allora era
il nemico, così che non venne dato semplicemente l'ordine di
oscurarlo, ma addirittura di farlo saltare. Fu il guardiano di allora,
un nostromo della Capitaneria di Porto di Trapani, che era stato
trasferito al faro, Enrico Mario Aristogitone Palumbo Grandinetti, che
coraggiosamente finse di obbedire agli ordini, ma in realtà
fece saltare un ordigno nelle vicinanze del faro, salvandolo dalla
rovina.
Si racconta spesso che nei fari ci siano delle "presenze" misteriose,
forse perché sono così isolati e, se capita di essere al
suo interno durante una tempesta, solo il sibilo del vento che soffia
intorno alla torre o che si insinua lungo la scala a chiocciola
può far venire i brividi ai più coraggiosi. Ventura
è sicuro che nel "suo" faro ci sono state molte manifestazioni
di queste "presenze", soprattutto perché durante la Seconda
Guerra Mondiale lo Stretto di Sicilia è stato testimone di
terribili battaglie navali, molti mezzi sono affondati e molti marinai
sono annegati, così sugli scogli di Marettimo non c'era giorno
che non si trovasse il corpo di qualche marinaio perito in questi
scontri.
Chi va per mare sa che per dare la pace a chi muore in mare, la
famiglia deve far dire una messa per placare la sua anima, ma spesso
quei poveri corpi non avevano un nome, e allora come avvisare le
famiglie? Gli isolani davano pietosa sepoltura a quelle povere
creature, ma su molte lapidi non poterono mettere altro che una
scritta "Ignoto". Passò del tempo, e pare che quelle povere
anime che non avevano trovato la pace dell'anima avessero trovato
rifugio nel faro. Ventura li sentiva, ne percepiva la presenza con
strani segnali: finestre che si spalancavano quando non c'era una
alito di vento, porte che sbattevano, rumori su e giù per le
scale. Quando questo succedeva, Ventura, al momento di apparecchiare
la tavola, aggiungeva un piatto e una sedia, e i fenomeni cessavano
come per incanto. Se dimenticava questo rituale, per tutta la notte
continuava il rumore di sassi lanciati contro le finestre, ma Ventura
non ha mai avuto paura, per lui erano "presenze" amichevoli con le
quali ha convissuto tranquillamente.
Ventura è anche un uomo dal cuore grande. Nel 1982 un amico
medico lo ha portato con sé in Uganda, dove dovevano costruire
un ospedale. Sapeva che Ventura era un aiuto prezioso e infatti lui si
è dedicato a questa impresa per un mese, facendo mille cose e
prestando la sua opera senza chiedere niente in cambio, solo la gioia
di essere stato utile. Ma questo e stato anche fonte di una delle
più grandi delusioni della sua vita. Nel Febbraio del 2002
Ventura è tornato in Africa, in Uganda, per rivedere il suo
ospedale, e lo ha trovato trasformato in caserma, lui non dice niente,
volta le spalle e se ne va. Cosa c'era da dire? Tanto lavoro, tanta
dedizione per cosa?
Poi arriva il giorno della pensione, e nel 1999 Ventura deve lasciare
il suo faro, deve abbandonare per sempre il suo amico. Lui dice che
andandosene ha portato via con se l'anima del faro e questo è
vero. Questa antica costruzione, che nel tempo è stata spesso
ristrutturata, comincia a cadere a pezzi, non viene più fatto
alcun tipo di manutenzione e certamente non è più lo
stesso faro che Ventura ha lasciato quando è andato via.
Poi c'è una voce che comincia a circolare per Marettimo: il
faro è in vendita, non sembra una voce strana, gli immobili
dello Stato possono essere messi in vendita, compresi i fari, e la
gente comincia ad accorrere, a chiedere se è vero, a offrirsi
di comprarlo per riportarlo in vita, forse come abitazione privata,
forse come albergo, tanto la gente è attratta dai fari che
qualcuno vorrebbe aggiudicarsi quello di Punta Libeccio. Ma la Zona
Fari di Messina, da cui dipende il faro di Marettimo smentisce, non
è vero niente, il faro non è in vendita. Questo è
un mistero che per ora resterà tale.
Intanto Ventura si gode la sua pensione, vive la sua isola e dipinge,
perché questa è la sua passione più grande, e
poi, ogni anno, vola negli Stati Uniti, va a trovare i suoi parenti in
California. Quando gli si chiede che fine faranno i fari, scuote la
testa, dice che i fari saranno abbandonati, la figura del farista
sparirà, quest'uomo romantico e coraggioso sa di essere stato
uno degli ultimi custodi rimasti, perché si dice che la Marina
non rimpiazzerà quelli che vanno in pensione, che non ci
saranno più concorsi, anche se c'è molta richiesta da
parte di tanti giovani per intraprendere questo mestiere.
Così Ventura, anche nella sua casa di Marettimo, rimane "Il
Guardiano del faro" e lo rimarrà per sempre.
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