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I MOTORI PER IL DIPORTO NON INQUINANO

di Alfredo Gennaro

LETTERA APERTA AI MINISTRI TREU E BERSANI

Con il beneplacito dell'Italia, la cui opposizione potrebbe forse far pensare gli altri stati e persino la Commissione responsabile, l'Europa di Bruxelles sta celebrando un funerale: quello del motore fuoribordo a due tempi, di cui l'Italia è l'unica produttrice Europea, con le conseguenze che inevitabilmente si ripercuoteranno sulla occupazione, sull'indotto, sul diporto nautico e finalmente sul turismo.

Per evitare questo funerale occorre intervenire al più presto, e ricordare all'Europa che non si può usare il rigore solo per Malpensa 2000, tralasciando di salvaguardare l'industria italiana e, più estesamente, il diporto mediterraneo: i tedeschi e gli svedesi, unici massivamente interessati al mercato americano, stanno infatti tentando di far pagare all'Europa gli investimenti che hanno dovuto fare per adeguare alla normativa americana il loro prodotto; e lo fanno incuranti delle pesanti conseguenze che questo può provocare nelle economie del resto dell'Europa, dove distruggerebbe la concorrenza ai colossi americani e giapponesi, spianando la strada alla importazione di prodotti più costosi altrimenti non competitivi. Succede così che la DG3, la Direzione Generale Industria della Comunità, sta preparando, su proposta tedesca e svedese, la modifica della Direttiva 94/25, che riguarda i gas di scarico ed il rumore dei motori marini: i limiti, fissati, non si sa come né da chi, a valori non coerenti con quanto la stessa Comunità va facendo per l'auto e per i motocicli, vengono astutamente camuffati con motivi ambientali del tutto inesistenti, vista la portata del provvedimento, limitato al solo diporto, e la insignificante incidenza che il diporto ha sull'inquinamento ambientale.

Nemmeno è accettabile la protezione di aree speciali (vedi Boden See), oggetto di eventuali limitazioni particolari e locali, che non sottomettano tutti i motori marini per il diporto venduti in Europa a norme assurdamente ed inutilmente restrittive, mortali per le piccole potenze e per il due tempi, e quindi per il diporto di iniziazione ad esse legato.

Abbiamo già scritto, inascoltati, il nostro disaccordo; abbiamo formulato una proposta, giustificata tecnicamente, di limiti diversi, che è stata, come altri appelli, ignorata; abbiamo fatto al Ministro dei Trasporti un appello che la caduta del Governo speriamo non abbia bloccato e che qui comunque ripetiamo accoratamente, confidando che qualcosa venga fatto in tempi brevissimi.

Occorre fare presto: occorre evitare che sia proprio una Direttiva dell'Industria, istituzionalmente destinata ad abbattere le barriere ed a favorire la economia e lo scambio, a danneggiare forse irreparabilmente l'industria italiana ed a minare l'economia del diporto mediterraneo; occorre intervenire sia a livello di Commissione, sia a livello politico, in parlamento europeo.

Non abbiamo molto tempo, anche perché la decisione finale viene già data per scontata, ineluttabile: è per questo che confermiamo ai Ministri destinatari la nostra piena disponibilità a fornire non solo le informazioni necessarie, ma anche i supporti di opinione con i quali rappresentiamo gli interessi comuni.

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