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Parchi e riserve marine
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Una raccolta di articoli, commenti e polemiche sui parchi e le riserve marine italiane


La mappa dei parchi marini italiani


REFERENDUM
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LE CRITICHE
FANNO PAURA

Articolo di
Roberto Neglia

IL BAVAGLIO
Editoriale n. 457

PARCOLANDIA
Editoriale n. 448

APPLICHIAMO LA CONCERTAZIONE
Editoriale n. 447

IL VERDE NELLE NOSTRE TASCHE
Editoriale n. 444

PARCO SELVAGGIO
Uno scippo dell'ambientalismo politico al patrimonio di tutti.

PARCHI ALL'ITALIANA
Articolo di
Roberto Neglia

A CHI GIOVANO?
Articolo di
Roberto Rinaldi

L'OPINIONE
DEL BIOLOGO

Intervista al Prof. Carlo Da Pozzo, ordinario di Biologia marina all'Università di Pisa

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PARCHI ALL'ITALIANA

di Roberto Neglia

Sia che si tratti di un grande yacht che di un sandolino, come si chiamavano una volta; che sia a vela, motore, o remi, per l'integralismo ambientalista non fa differenza: è una barca, e come tale va perseguita. E poiché hanno vinto loro, gli integralisti, ormai non farà differenza per ciascuno di noi, cui sono state interdette la maggior parte delle località dove eravamo abituati a fare un bagnetto estivo.

Tutto è cominciato 25 mesi fa, con l'istituzione del Parco Nazionale della Maddalena. Da quel momento ha preso le mosse un golpe verde che è giunto a compimento agli inizi dell'anno corrente con la creazione di una decina di riserve marine. Risultato? Vietatissimi tutto l'Arcipelago della Maddalena e mezzo Arcipelago Toscano, Cinque Terre, costiera Amalfitana, Porto Cesareo, le isole di Ventotene, Tavolara e Asinara, oltre alle riserve già esistenti.

Desideriamo una natura protetta si, ma nell'equilibrio di una società viva. Ci viene invece imposto un modello ideale (e integralista) di ambiente precluso all'uomo. Non resta quindi che emigrare all'estero, portando i nostri denari a chi, diversamente, ha saputo coniugare la difesa della natura con la possibilità per la gente di goderne e capirne la bellezza.

Quel che più ci indigna è che una, per altro sproporzionata, compressione dei diritti dei cittadini non persegue neanche i nobili fini della tutela di mari e coste. Un esempio per tutti è il parco dell'Arcipelago della Maddalena, nato all'insegna di diverse contraddizioni e molti interessi, che poco hanno a che fare con la politica ambientale.

La prima e più grave contraddizione attiene alla presenza, all'interno dell'area dichiarata protetta, di un arsenale per sottomarini nucleari americani, che, tra l'altro, sembra sia costato lo sventramento dell'isola di S. Stefano. Il decreto istitutivo, infatti, fa salve, con espressione assai ampia, "tutte le utilizzazioni per esigenze di carattere militare" (art.1 d.p.r. 17/5/96)!

L'area protetta, qualora non utilizzata dalle autorità militari, è quindi suddivisa tra parte terrestre e parte marina. L'area marina è a sua volta divisa in due zone:

Nella zona "ma" sono vietati:

la navigazione e l'accesso; la pesca, con qualunque mezzo esercitata; ecc.

Nella zona "mb" sono consentiti:

la navigazione e la sosta oltre 300 mt dalla costa; la navigazione, la sosta e l'ormeggio, anche di navi, entro 300 mt dalla costa ai soli residenti e a tutti coloro che siano muniti di regolare permesso; la navigazione nei canali di transito, con velocità massima di 15 nodi; le attività di pesca, previa autorizzazione; la balneazione e l'immersione con apparecchi respiratori (allegato d.p.r. cit.).

In attesa dell'approvazione dell'apposita normativa, possono esercitare traffico e noleggio solamente gli operatori in possesso di autorizzazione rilasciata entro il 31/12/95, cioè ben due anni prima dell'entrata in funzione del parco. I nuovi permessi per le suddette attività, come per quella di immersione subacquea, saranno assegnati per il 75% ai residenti nel comune della Maddalena.

Appare fin troppo evidente come la normativa prescinda da valutazioni sull'impatto antropologico, e sulla tutela ambientale e faunistica.

Tutte le attività, inerenti l'uso del mare, non vengono né censite, né sottoposte a restrizioni pertinenti al grado di incidenza sull'ambiente, ma semplicemente riservate ad uso, godimento e lucro esclusivo della comunità maddalenina. Con esclusione persino, ma sarebbe il caso di dire soprattutto, delle altre comunità rivierasche.

Illuminanti in proposito le parole di Pasquale Serra, sindaco della Maddalena all'atto dell'istituzione del parco: «il parco era per i maddalenini l'unica possibilità per riappropriarsi di un territorio sfruttato da altri senza alcuna ricaduta economica» (Qui Touring n.2/97).

Non è quindi casuale che le uniche zone "ma", sottoposte a vincolo totale, risultino Cala Muro, a nord di S. Maria, e l'isolotto delle Bisce, entrambe caratterizzate da uno scarso interesse turistico-nautico, e, sfiorando il ridicolo, Punta Rossa - propagine meridionale di Caprera - già sottoposta a servitù militare, perchè sede di allenamenti dei reparti da sbarco italiani.

Ben diversa sorte è toccata alla famosa Spiaggia Rosa di Budelli, alle cale S. Maria, Marino - più nota come Porto Madonna - Corsara, Coticcio e ai Due Mari, per citare alcune tra le località più famose, principali mete di tutti gli operatori turistici locali. In queste baie navi e natanti dei residenti avranno un accesso esclusivo e praticamente incontrollato, e potranno scaricarvi (con buon lucro) migliaia di turisti.

L'accesso alle zone tutelate è al contempo negato a tutti gli altri cittadini italiani che non siano stati autorizzati. L'ancoraggio, formalmente consentito oltre i 300 mt dalla costa, è infatti impossibile, per via dei fondali particolarmente elevati, e sarebbe comunque pericoloso, a causa della vicinanza dei "canali di transito". Qui lo sfrecciare delle centinaia di motoscafi non viene sostanzialmente rallentato dal limite di velocità di 15 nodi.

Egualmente criticabile, in tema di velocità, è la norma che impone il limite di sette nodi per i privilegiati che potranno varcare il limite dei 300 mt dalla riva. Notoriamente nei bacini portuali, dove pure non ci sono bagnanti in mare, la velocità consentita è di tre nodi. Meno della metà!

Per quanto riguarda le autorizzazioni, poi, le quote riservate ai forestieri non sono quantificate numericamente, ma indicate nella misura residuale del 25% rispetto a quelle richieste dai residenti. Per assurdo, in mancanza di almeno tre richieste "locali" per una determinata attività, non potrà esserci un'autorizzazione per un non residente.

A parte i dubbi sulla legittimità di una tale impostazione, tutte le volte che l'applicazione delle norme sarà letterale e restritttiva non ci troveremo di fronte ad un parco naturalistico, quanto, piuttosto, ad un giardino privato. Ma è solo il primo passo.

Inizia l'inverno e la svolta si radicalizza. 2 gennaio '98 «cade» Pianosa. Chiude il carcere, ma gli italiani non potranno comunque visitare l'isola. Per gli amici dei potenti il secondo comma del decreto 19/12/97 prevede speciali deroghe.

17 gennaio. Viene pubblicato il decreto ministeriale inerente il parco dell'Asinara. L'accesso, la sosta, l'approdo e la navigazione entro mille metri dalla costa sono vietati. Ugualmente proibite balneazione, pesca e immersioni con l'autorespiratore. Quest'ultima è guardacaso consentita solo per le visite guidate, ribadendo, come per la Maddalena, che «il pericolo» non è l'immersione, ma l'immersione gratis.

Ultimi giorni di febbraio. Una sventagliata di decreti si abbatte sulle nostre teste. Martedì 24, sono istituite le riserve marine di Porto Cesareo (Puglia), penisola del Sinis (Sardegna ovest) e isole di Ventotene e S.Stefano (Lazio). Giovedì 26 è la volta di Punta Campanella (Costiera Amalfitana) e isola di Tavolara (Olbia). Venerdì 27 tocca alle Cinque Terre (Liguria). Il sabato il ministro ha riposato.

Riserve è in questo caso il termine giusto, ma nel senso di quelle mentali. Mai regolamentazione ci ha lasciati più sconcertati quanto a farraginosità, confusione fino al ridicolo, contraddittorietà. Tutte le aree protette sono divise in una zona a) di tutela integrale, b) di tutela generale e c) di tutela parziale. Ognuna di queste zone però ha una disciplina diversa per ciascuna riserva.

Nella zona a) è generalmente vietata la navigazione e l'accesso con qualunque mezzo, anche a remi. Nelle Cinque Terrre, invece, non meglio identificati «piccoli natanti senza motore» possono accedere, ma non ancorare o ormeggiare. Le immersioni sono vietate a punta Campanella, ma sono ammesse, solo con guida (pagabile in Euro?) a Tavolara, Cinque Terre e Ventotene. A Porto Cesareo e nella penisola del Sinis sembrerebbero vietate, ma occorre desumerlo ragionando per esclusione, poiché la norma tace sul punto.

Per quanto riguarda la zona b) siamo in piena allucinazione. La navigazione è concessa alle seguenti condizioni: nelle acque antistanti le Cinque Terre solo «a velocità ridotta» (?); a Ventotene oltre i 500 mt dalla costa, dove teoricamente si potrebbe anche ancorare (a Maddalena i metri sono 300); a Tavolara sotto i dieci nodi e sostando solo nelle zone attrezzate; a Porto Cesareo sempre sotto i dieci nodi, ma con divieto di ormeggio. Nella riserva di P.ta Sinis, nella fascia compresa nei 600 metri dalla riva è vietato navigare solo se «con moto parallelo alla costa» (!?). Infine a P.ta Campanella è vietata la navigazione, ma non si capisce se solamente quella a motore.

Infine la Zona c). La navigazione e la sosta in queste aree è libera nelle riserve di Cinque Terre, Tavolara e Ventotene. A P.ta Campanella è possibile «solo a velocità ridotta» ed è vietato l'ancoraggio libero; a Porto Cesareo solo «per raggiungere gli ormeggi regolamentati»; a P.ta Sinis ci vuole un'autorizzazione.

Tutto ciò grazie alla lobby ambientalista. Quella che ha il potere di individuare, istituire, gestire e controllare qualsiasi parco, cioè di sottrarre il godimento delle più belle coste ai cittadini. Quella stessa che, grazie ai permessi di ricerca, avrà sempre e comunque possibilità di accesso in deroga ai divieti.

Come è stato possibile? I rappresentanti delle principali associazioni ecologiste sono membri di diritto dei gruppi di lavoro che concorrono a determinare le posizioni dei singoli ministeri interessati alla materia. Sono ancora membri di diritto di quegli organismi interministeriali dove quelle stesse proposte confluiscono per la decisione finale. Infine sono nuovamente presenti negli organi periferici competenti per controllo e gestione delle riserve (Capitanerie comprese - art. 28, L. n.979/82), secondo una logica che ne moltiplica in maniera esponenziale potere e influenza.

Tutti questi organismi, pur riaffermando la priorità del bene natura, dovevano rappresentare un luogo di composizione della pluralità di esigenze, compresa quella al godimento da parte dei cittadini. Hanno invece finito per appiattirsi sulle posizioni dell'ambientalismo più integralista: divieti, divieti e solo divieti.

Perfino le leggi in materia sono state disattese, quantomeno nello spirito.

La L. 31/12/82 n. 979 prevede che ai fini dell'istituzione delle riserve naturali, la Consulta del Mare (uno degli organi di cui sopra) «accerta i fini (+) culturali ed educativi e i riflessi della protezione nei rapporti con la navigazione marittima (art. 26 lett. b) ed e) L. cit.).

La successiva Legge quadro sulle Aree Protette descrive due finalità: una di conservazione; l'altra di valorizzazione attraverso l'integrazione tra uomo e ambiente, con espresso riferimento alle «attività ricreative» (L. 6/12/91 n. 394)

Come può esserci educazione senza conoscenza? E come può esserci conoscenza senza godimento? E le attività ricreative?

E la sicurezza? Molte delle baie interdette sono essenziali anche per il rifugio degli umani, oltre che per uccelli pesci e specie marine. Riposare una notte dopo una dura navigazione è più che un generico diritto: può essere questione di vitale importanza.

Ancora: come è possibile che l'impatto sull'ambiente di una canoa sia parificato a quello di una nave, applicando ad entrambi la medesima disciplina?

La verità è che la realizzazione dell'integrazione uomo-ambiente è l'obiettivo senza il quale va in crisi la stessa giustificazione per cui un parco viene istituito.

All'estero, dove questo l'hanno capito da tempo, è stato adottato con successo un altro modello di tutela. Quello della salvaguardia mirata che al contempo non colpisca indiscriminatamente la generale fruibilità dei luoghi, e che anzi la utilizzi effettivamente in funzione culturale ed educativa. Ciò avviene nel vicino parco regionale corso, istituito nel lontano '72 e riconosciuto dall'Unesco parco di interesse mondiale.

Uno dei pochi esperimenti nostrani che vanno in questa direzione è quello, apprezzatissimo, dell'isola di Ustica.

Concludo con l'esposizione sintetica di alcune proposte alternative:

  • divieto di navigazione e ancoraggio a tempo indeterminato (attuale zona "a"), solo per ristrettissime aree, qualora sia essenziale alla riproduzione di specie protette.

  • chiusura a rotazione di alcuni tratti di costa, per periodi limitati e variabili, per consentire il ripopolamento, lo studio e la ricerca. Possibilità di (solo) transito nelle stesse aree per le imbarcazioni che facciano uso esclusivo della vela o dei remi.

  • libero accesso, per tutti, dei tratti di mare non sottoposti a chiusura temporanea, ma con limite di velocità a 8 nodi per le barche che navighino a motore e a 3 nodi per tutti i mezzi entro i 300 mt dalla costa.

  • itinerari organizzati, segnaletica e materiale divulgativo.

  • regolamentazione generale per le attività sottoposte a controllo, come pesca non professionale e immersioni, e criteri trasparenti per l'assegnazione dei permessi per le attività sottoposte ad autorizzazione.

Le riserve chiuse, che stanno dilagando in Italia, dove possono accedere solo «gli amici del ministro», appartengono alla prima repubblica. A proposito, quale ricerca scientifica stava svolgendo l'On. D'Alema, la scorsa estate, all'interno delle vietatissime acque dell'isola di Montecristo?


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