UNO SCIPPO DELL'AMBIENTALISMO POLITICO
AL PATRIMONIO DI TUTTI
PARCO SELVAGGIO
Con molta fatica, con l'aiuto del Ministro
Burlando e con l'atteggiamento concorde di tutti i partiti
politici, attraverso una serie di provvedimenti legislativi, si
stava tentando di risollevare le sorti della nautica italiana.
Una ventata improvvisa di ambientalismo
politico ha scippato all'economia di isole e coste, di cui la
nautica è volano, tutti i posti più belli d'Italia,
con una sorta di grande operazione di privatizzazione. Infatti,
all'attuale accesso libero alle aree di interesse ambientale si
sostituisce un regime burocratico, oltretutto poco chiaro nelle
sue regole, che accrescerà le difficoltà di quanti
amano navigare o lavorare in attività nautiche.
Piangevamo sulle 30.000 unità da
diporto che hanno preferito emigrare nei porti francesi piuttosto
che sottostare al regime uterino delle acque nazionali, dove chi
si alza prima alla mattina comanda e dove non c'è una norma
che valga contemporaneamente in due posti diversi. Approfittando
della situazione politica, i verdi, in questo momento un pò
l'ago della bilancia in una crisi governativa che tutti dichiarano
impossibile, ma che invece è sempre lì dietro
l'angolo, hanno ottenuto dal Ministro Ronchi alcuni decreti che
praticamente hanno espropriato alle libere attività
imprenditoriali e alla nautica quelle bellezze naturali che ne
costituivano il punto di forza. Tutte le isole, tutti gli
arcipelaghi, tutte le penisole sono già state imbrigliate,
o lo saranno tra breve, in una serie di divieti entrati
automaticamente in vigore con la pubblicazione, avvenuta
recentemente, sulla Gazzetta Ufficiale.
Zona A, zona B, zona C... a parte il fatto
che è impossibile per chiunque sapere se una barca si trova
effettivamente nei limiti di una riserva o meno, sia esso
diportista sia appartenente alle forze di polizia a mare di
controllo, la confusione è accresciuta dal fatto che le
norme sono diverse per ciascuna zona, per ciascun luogo.
Interpretarle diventa un rompicapo incomprensibile anche per la
gente del posto, figuriamoci per il diportista che voglia
avvicinarsi senza incorrere in verbali di infrazione con
conseguenze anche penali e multe salatissime, da 200.000 lire a 5 milioni.
In questi parchi, al momento, non esiste
assolutamente nulla, tranne la delimitazione delle zone sulla
Gazzetta Ufficiale e l'assunzione di personale locale con la
costituzione dell'ente di gestione. L'unico parco all'altezza dei
parchi esteri è l'isola di Ustica, dove sono predisposti
punti di ormeggio, per impedire che si danneggino i fondali, e
un'organizzazione di accoglienza in grado di soddisfare le
richieste del turista nautico. Ma Ustica è in funzione
ormai da oltre un decennio ed è stata messa a punto con la
collaborazione dei massimi esperti e scienziati a livello
mondiale. Invece l'operazione italiana dei parchi è stata
realizzata attraverso il Ministero dell'Ambiente col classico
lancio dei cappelli sulle poltrone da occupare. Quel posto
è mio, il resto non interessa. E questa è la
filosofia che il Ministero ha sempre seguito dal momento della sua
prima costituzione: mettere il cappello. Per questo definiamo
«parco selvaggio» l'operazione in atto; in ballo non
c'è la salvaguardia di quei posti ma soltanto la
volontà di accaparrarseli, di acquistare dei diritti su di essi.
All'estero, invece, i parchi istituiti sono
pochi per precisa scelta e sono stati realizzati in maniera da
attirare la nautica da diporto, perché proprio i diportisti
sono i migliori utenti di queste zone, altrimenti non facilmente
raggiungibili e in genere sfornite di grosse strutture
alberghiere. Così i diportisti arrivano anche da lontano
con le loro barche e possono navigare ovunque purché non si
ancorino o peschino al di sopra di esse. Ci sono le boe d'ormeggio
già predisposte e la gente è libera di immergersi
per fotografare o fare del sea-wachting o, se lo preferiscono,
affidarsi a guide del parco.
In Italia non esiste nulla di ciò, né
esisterà per alcuni anni e, nella filosofia vetero-ambientalista,
le imbarcazioni sono escluse e ricacciate su
fondali di centinaia o migliaia di metri, il che equivale a
impedirne la sosta.
Per la maggior parte delle zone è
vietato anche l'attraversamento in superficie, che invece
all'estero è consentito, e quindi, già da questa
estate, ciò comporterà lunghi giri per passare da
una parte all'altra della costa, da una parte all'altra
dell'isola.
Noi non contestiamo i parchi, anzi, vorremmo
che ce ne fossero ma non troppi e ben studiati e attrezzati,
sull'esempio francese e spagnolo. In tal modo tali zone
diventerebbero il miglior richiamo per la nautica da diporto.
Ciò che non possiamo accettare è che la nautica,
addirittura anche quella a vela, sia off-limits, mentre,
sicuramente già da quest'estate, vedremo sfrecciare avanti
e indietro barconi turistici dei parchi o delle società da
essi autorizzate che staccando costosi biglietti d'ingresso,
sfrutteranno a fini privatistici un bene pubblico. Invece, per
veder installate le boe d'ormeggio previste dai decreti dovremo
certamente aspettare alcuni anni.
Quindi, sotto accusa è il modo e non
la sostanza. I parchi devono essere fatti in modo scientifico, con
fondi impiegati nel loro miglioramento e non per speculazione
economico-politica. E particolarmente le decisioni che li
riguardano non devono essere cervellotiche o opportunistiche, ma
ispirate soltanto alle risultanze di indagini preventive e
successive sperimentazioni, che diano la prova della bontà
delle scelte. Invece, siamo costretti a contestare il modo
selvaggio con cui si stanno costituendo, come proprietà
esclusiva del comune nella cui giurisdizione ricadono,
infischiandosene completamente dei diritti altrui e spesso
specialmente degli altri comuni vicini, nella solita faida tra
guelfi e ghibellini. Ciò in breve tempo comporterà
solo una cosa: che alle succitate 30.000 barche già
emigrate all'estero se ne aggiungeranno altre migliaia, con un
fenomeno che sicuramente sarà agevolato dalle politiche di
incentivazione che i paesi che ci circondano lanceranno nei
confronti dei nostri diportisti, per accaparrarseli.
I veri nemici delle riserve sono i subacquei
professionisti che fanno caccia per rifornire i ristoranti, i
pescatori di frodo che lanciano bombe, le strascicanti che
distruggono i fondali e le migliaia di tonnellate di elementi
inquinanti che da tutti i nostri fiumi, canali e fossi ogni giorno
si riversano nei nostri mari. Questi nemici sfuggono al controllo,
o meglio, molto spesso sono volutamente non controllati per non
scontrarsi con persone pericolose, organizzazioni più o
meno mafiose, poteri industriali che pagano lautamente.
Perciò, alla conclusione dei fatti, gli unici a pagare
saranno i diportisti ignari, che solcando le acque non fanno un
soldo di danno ed anzi nel caso contribuiscono alla loro
ossigenazione, come ha insegnato la guerra alle mucillagini in
Adriatico. Essi, come al solito, saranno il facile capro
espiatorio per molte situazioni in cui qualcuno vuole dare una
dimostrazione di forza e di impegno.
Quest'anno può darsi che le
autorità preposte chiudano un occhio e, ingenerando la
classica situazione all'italiana, pur esistendo le leggi non si
commineranno le multe, ma nel giro massimo di tre anni questa
situazione si aggraverà a tal punto da consigliare
l'espatrio nautico. Tre anni, perché questo sarà il
tempo necessario a tutta la gente delle barche per capire
realmente che nei luoghi tradizionali delle vacanze le più
belle aree sono proibite e non vi si può navigare. Tre anni
per comprendere la drastica portata dei divieti messi in essere.
Insomma, il sistema politico che ha
praticamente in mano l'ambientalismo ha fatto l'en plain,
perché, oltre tutto, i fondi stanziati dai decreti
costituiscono solo l'inizio, poi, a discrezione del Ministero
dell'Ambiente, le strutture create potranno avere ulteriori
stanziamenti con richieste integrative per necessità che
scaturiranno in corso d'opera. Di contro sicuramente la nautica
italiana sentirà il contraccolpo della nuova situazione.
È come se al settore auto avessero tolto all'improvviso le
autostrade, rimandando tutti sulle provinciali. Ci sarebbe un
crollo commerciale e produttivo. È ciò che
succederà alla nautica se qualcuno non interviene
immediatamente a mitigare la portata dei decreti appena emanati,
per renderli più compatibili con le nostre realtà.
Questa è la richiesta di «Nautica» ai sindaci
delle località coinvolte, altrimenti la nautica da diporto
decrescerà ulteriormente nel numero degli addetti, diretti
e indiretti, e il turismo nautico si rivolgerà a siti
più accoglienti.