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CORSO DI VELA
A cura di Francesco Filippi
PARTE VII Nautica n. 366 Ott/1992
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Per misurare il grado di apprendimento vi proponiamo 100 quiz riguardanti la:
parte I
parte II
parte III, IV
parte VI
parti VII, VIII e IX

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(Federazione Italiana Vela) che pratichino corsi per le più diffuse classi veliche

Il grande gioco della vela: il nostro corso per insegnare la vela ai bambini

AMERICA'S CUP
THE RACE
VENDÉE GLOBE
SYDNEY 2000
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Perché una barca a vela avanza? Perché sbanda,
quando scuffia? Perché riesce a risalire il vento?
C'è interazione tra randa e fiocco? In questa puntata
cerchiamo, con un supporto teorico il più semplice possibile
ma rigoroso, di rispondere a queste domande di aero-idrodinamica,
integrando alcuni aspetti essenzialmente pratici,
descritti nelle scorse puntate
FRA ACQUA E ARIA
Finora ci siamo occupati quasi sempre del vento e della sua azione
sulle vele. Dell'acqua e della sua azione sull'opera viva della
barca se ne è solo accennato (regolazioni della deriva e
del timone). Ma anche se riteniamo giusto occuparci essenzialmente
di ciò che si può vedere in barca, quindi del vento
e delle vele, è erroneo trascurare, come spesso accade, la
parte immersa quindi nascosta della barca. Infatti, solo l'azione
simultanea dell'aria sulla vela e dell'acqua sulla deriva
permettono alla barca di navigare. Vedremo che c'è una
simmetria tra idrodinamica e aerodinamica nel movimento di
un'imbarcazione: le conseguenze dell'impatto dell'acqua sull'opera
viva (idrodinamica), sono qualitativamente le stesse che si hanno
per l'impatto dell'aria sulle vele (aerodinamica). I due fluidi in
questione possono muoversi rispetto alla terraferma (costa, fondo
del mare). L'aria che si sposta è il vento, l'acqua che si
sposta è la corrente. Quello che conta, per riuscire a
navigare (e con questo intendiamo anche manovrare), non è
la loro velocità assoluta, ma la loro velocità
relativa. Ovvero, la barca può navigare solo se c'è
differenza di velocità tra aria e acqua (la differenza
può essere data anche da pari intensità , ma da
direzioni diverse). Cerchiamo di chiarire le idee considerando
separatamente lo scafo immerso nell'acqua e la vela nell'aria. Un
qualsiasi scafo privo di vela, e di ogni altro tipo di propulsione
(motore, remi), si muove insieme all'acqua rispetto alla terra,
grazie alla corrente, e nella sua direzione, senza
possibilità di governare, proprio come fosse un tronco di
un albero alla deriva. E analogamente, una qualsiasi vela priva di
scafo, che galleggi nell'aria (magari grazie ad un gas, come la
mongolfiera), si muove insieme all'aria rispetto alla terra,
grazie al vento, senza possibilità di cambiare direzione,
proprio come fosse un palloncino scappato dalla mano di un
bambino. Quindi la forza idrodinamica sul tronco e quella
aerodinamica sul palloncino alla deriva, sono nulle. I due oggetti
sono fermi, il primo rispetto all'acqua e il secondo rispetto
all'aria. Se invece al tronco attacchiamo il palloncino (o meglio
allo scafo attacchiamo una vela), le cose cambiano: il vento che
spinge sulla vela fa muovere lo scafo rispetto all'acqua. Questo
quindi viene investito da un flusso d'acqua che crea una forza
idrodinamica su di esso.
Analogamente, la corrente che spinge sullo scafo fa muovere la
vela rispetto all'aria (facendola gonfiare). La vela, quindi,
viene investita da un flusso d'aria che crea una forza
aerodinamica su di essa. Nei casi limite, una barca a vela naviga
anche in una giornata senza vento ma in presenza di corrente,
così come naviga in una giornata ventilata ma senza
corrente. Resta ferma, invece, rispetto al fondo del mare, quando
il vento e la corrente sono pari a zero, e si muove come un tronco
alla deriva nella stessa direzione della corrente (con le vele
sgonfie e senza possibilità di governare), quando corrente
e vento hanno la stessa intensità e la stessa direzione.
PERCHÈ UNA BARCA A VELA AVANZA
Come abbiamo visto nella seconda puntata,
il vento che viene
deviato dalla vela agisce su di essa con una forza circa
perpendicolare alla sua corda. Questa forza aerodinamica è
applicata al centro velico(CV), che può essere considerato,
in prima approssimazione, il punto medio della vela. Analogamente
e contemporaneamente anche l'acqua, quando la barca è in
movimento, viene deviata dalla deriva, e agisce su di essa con una
forza applicata circa nel punto medio dell'opera viva, detto
centro di deriva (CD). Questa forza idrodinamica è
esattamente uguale e opposta a quella aerodinamica che il vento
esercita sulla vela.
N.B.: per semplicità grafica, nel disegno abbiamo
considerato solo il piano del flusso d'acqua che investe la
sezione della deriva passante per il CD, punto medio dell'opera
viva. Resta implicito, però , come la forza idrodinamica
sullo scafo sia determinata dalla deviazione del flusso d'acqua,
da parte di tutta l'opera viva (compreso il contributo, quindi,
della parte di scafo immersa e del timone). Lo stesso discorso
vale anche per la vela e per l'opera morta (la parte di scafo
emersa).
Il risultante della forza aerodinamica e della forza idrodinamica
è quindi uguale a zero. È come per il tiro alla fune
quando le due squadre in gioco si equivalgono: ci sono un gran
tirare e un grande sforzo ma nessuno si sposta. Come può ,
dunque, una barca a vela soggetta a tali forze, uguali ed opposte,
avanzare? Sarebbe più facile pensare che una barca si muova
a causa di una forza risultante diversa da zero, e nella direzione
del moto. Senza addentrarci troppo nei principi della fisica,
immaginiamoci su una barca ferma ben ormeggiata al pontile, con le
vele alzate e a segno. La vela è sollecitata da una forza
aerodinamica determinata dall'azione del vento, mentre l'opera
viva non viene colpita dal flusso dell'acqua perchè la
barca è ferma e, per semplicità , non c'è
corrente.
Molliamo gli ormeggi: la barca comincia a muoversi e ad acquistare
quindi una certa velocità (freccia rossa), nella stessa
direzione della forza aerodinamica (blu). Un flusso d'acqua,
avente direzione opposta, inizia a colpire l'opera viva, dando
origine a una piccola forza idrodinamica. Questa forza, dovuta al
flusso dell'acqua deviato dall'opera viva, va a sommarsi a quella
del vento sulla vela. Il moto della barca avviene non più
in direzione della forza aerodinamica ma in quella del risultante
(viola), scaturito dalla somma vettoriale della forza del vento
sulla vela e di quella dell'acqua sull'opera viva. La forza
idrodinamica inoltre aumenta sempre più in relazione alla
maggior velocità della barca e progressivamente la sua
direzione si sposta verso poppa. Così facendo anche la
direzione del risultante, e quindi del moto della barca, si sposta
sempre più verso prora (la barca adesso scarroccia meno).
La barca smette di accelerare, ma non di navigare, quando le due
forze, aerodinamica e idrodinamica, diventano uguali ed opposte,
ovvero quando ha raggiunto la sua velocità di regime.
Stesso discorso può farsi con una barca ormeggiata in
banchina col vento in poppa. Le vele si gonfiano dando origine ad
una forza aerodinamica che viene contrastata dalle cime in
tensione. Se molliamo gli ormeggi, la barca inizia a muoversi per
effetto di tale forza. Per la velocità acquisita, nasce una
forza idrodinamica sull'opera viva (resistenza all'avanzamento),
opposta a quella aerodinamica, che aumenta al crescere della
velocità fino a divenire uguale alla forza aerodinamica
sulle vele. A quel punto, anche quella barca, ha raggiunto la sua
velocità di regime. Quindi, se è vero che una barca
a vela in navigazione è soggetta a due forze uguali ed
opposte (il cui risultante è uguale a zero), è anche
vero che queste si determinano quando la barca ha raggiunto una
velocità costante, scaturita dalle stesse forze che in fase
di accelerazione, però , non sono né uguali né
(a parte il caso del vento in poppa) opposte. Secondo il primo
principio della dinamica (il principio d'inerzia) poi, la barca
prosegue nel suo moto a velocità costante fino quando non
interviene qualche fattore esterno che ne altera l'equilibrio
(mutamento del vento, della rotta, dell'assetto, della regolazione
delle vele, ecc), che la fa accelerare o frenare. Ad esempio, se
il vento aumenta, cresce la forza aerodinamica sulle vele e, di
conseguenza poi, quella idrodinamica sullo scafo. La barca
accelera, fino a trovare un nuovo equilibrio con una
velocità di regime più elevata. Se invece il vento
diminuisce, succede il contrario: decresce la forza aerodinamica
facendo prevalere per un attimo quella idrodinamica, e la barca
frena fino a raggiungere un altro equilibrio a velocità
più bassa.
SBANDAMENTO E STABILITÀ
La barca a vela naviga quasi sempre più o meno inclinata.
Se consideriamo le componenti sul piano trasversale della barca,
della forza aerodinamica e della forza idrodinamica, che sono
anche loro rispettivamente applicate al centro velico e al centro
di deriva, notiamo che queste lavorano disassate tra loro. Quindi
pur essendo anche loro uguali ed opposte, creano una coppia
sbandante sottovento. Questa a sua volta è contrastata
(deve esserlo altrimenti la barca scuffierebbe), da una coppia
raddrizzante formata da due forze anch'esse uguali, opposte e
disassate tra loro. Una è la spinta idrostatica o spinta di
Archimede, applicata al centro di carena (da non confondere con il
centro di deriva) che è il centro di volume della parte
immersa dello scafo e che fa galleggiare la barca spingendo dal
basso verso l'alto. L'altra forza in gioco nella coppia
raddrizzante è quella del peso, applicata al centro di
gravità che è il baricentro complessivo della barca
più l'equipaggio fuoribordo. Se la barca naviga con un
angolo di sbandamento più o meno costante, la coppia
sbandante e quella raddrizzante sono in equilibrio fra loro.
Naturalmente ciò avviene anche se la barca naviga piatta
sull'acqua. Un fattore esterno, però , può turbare in
qualsiasi momento questo equilibrio. Sotto raffica, ad esempio, la
coppia sbandante aumenta, e se non saremo noi ad intervenire per
riportare la barca in una situazione di equilibrio, questa
potrebbe scuffiare. Non potendo aumentare di intensità
né la forza della spinta di Archimede né quella del
peso, dobbiamo spostarci sempre più sopravvento e
fuoribordo (ad es. usando il trapezio), per aumentare la distanza
tra le rette d'azione delle due forze, ovvero il braccio della
coppia raddrizzante. Altrimenti si può diminuire
l'inclinazione della barca intervenendo sulla coppia sbandante,
diminuendo cioè la superficie di vela esposta al vento e/o
la superficie di deriva investita dal flusso dell'acqua. Si
può , ad esempio, ridurre la velatura (sono poche le derive
sul mercato che dispongono di un sistema per ridurre parzialmente
la randa; su tutte quelle però che dispongono di due vele,
se ne può ammainare una), lascare le vele o sollevare
parzialmente la deriva. Non staremo qui a dimostrare, ma si
potrebbe farlo, che lo sbandamento, lo scarroccio e la
velocità sono strettamente dipendenti tra loro: più
la barca è sbandata e più scarroccia, più la
barca naviga veloce e meno scarroccia. Per concludere il discorso
sulla stabilità , intesa come la tendenza che ha una barca
ad opporsi allo sbandamento, diciamo che le derive sono progettate
con carene piuttosto larghe per conferire loro una certa
stabilità di forma (questo tipo di stabilità trova
la sua massima espressione nei catamarani). Su un cabinato,
invece, dove la deriva è piuttosto pesante, magari con un
contrappeso all'estremità , prevale la stabilità di
peso. In tutti e due i casi, comunque, il progettista cerca di
aumentare la stabilità della barca, aumentando la coppia
raddrizzante.
PERCHÈ UNA BARCA A VELA PUÒ RISALIRE IL VENTO
Cerchiamo ora di analizzare più in dettaglio l'azione
dell'aria sulla vela e quella dell'acqua sulla deriva che sono,
come abbiamo già detto, qualitativamente uguali.
Introduciamo il concetto della portanza, avvalendoci dell'esempio
del mondo aeronautico dal quale questo termine, che vedremo poi
utilizzato anche nel mondo nautico, deriva. Un aereo in volo
è soggetto a quattro forze. Le prime due sono
rispettivamente la spinta propulsiva dovuta al motore che lo
spinge in avanti, e la resistenza all'avanzamento che ha la stessa
direzione del flusso d'aria che investe l'aereo.
Le altre due forze sono rispettivamente il peso dell'aereo diretto
verso il basso, e la portanza che è perpendicolare al
flusso dell'aria. Quando l'aereo raggiunge una quota ed una
velocità di regime, il risultante di queste quattro forze
è uguale a zero, la spinta propulsiva è uguale ed
opposta alla resistenza ed il peso è uguale ed opposto alla
portanza. Anche sulla vela e sulla deriva di una barca, se
scomponiamo la forza aerodinamica e quella idrodinamica, nelle
direzioni perpendicolari e parallele ai flussi d'aria e d'acqua,
troviamo le portanze e le resistenze. Si può dire che la
barca a vela si comporta come uno strano aeroplano, con un'ala
(vela) nell'aria e l'altra (deriva) nell'acqua. Anche se questo
parallelismo fra una barca a vela e un aeroplano ha numerosi
limiti, evidenzia che una qualsiasi lama (ala, vela e deriva)
investita da un fluido, aria o acqua che sia, è soggetta ad
una forza che può essere sempre scomposta in portanza e
resistenza. Questi due nuovi concetti sono stati introdotti per
approfondire il discorso, già accennato nella prima
puntata, sul comportamento della vela nelle diverse andature:
ostacolo al vento nelle andature portanti e deviatore del vento in
quelle strette. Il moto del vento che colpisce la vela di una
barca che naviga in un'andatura portante è un moto
turbolento, perchè il flusso dell'aria, incontrando quasi
perpendicolarmente la superficie della vela, si rompe in numerosi
vortici. In queste andature si cerca di opporre il massimo
ostacolo al vento, aumentando la superficie velica (possiamo
alzare lo spinnaker), e il minimo ostacolo all'acqua, alzando in
parte la deriva e tenendo la barca piatta. Scomponendo la forza
aerodinamica dell'aria sulla vela di una barca con andatura
portante, vediamo che la resistenza (nella direzione del flusso
dell'aria) è maggiore rispetto alla portanza
(perpendicolare al flusso dell'aria). Stessa cosa succede
scomponendo la forza idrodinamica del flusso dell'acqua sulla
deriva: grande resistenza, piccola portanza.
Nelle andature strette invece, la forza aerodinamica si scompone
in una portanza che predomina sulla resistenza. La vela a segno
(lascata al limite del fileggiamento), devia il flusso del vento
senza romperlo e quasi senza formare vortici (moto laminare). In
queste andature si cerca di regolare al meglio le vele (vedremo
come fare), per avere la massima portanza che in teoria si ha
quando l'angolo di incidenza, tra il vento e la vela, è
piuttosto piccolo (nell'ordine dei 15° ), per disturbare poco
il flusso dell'aria deviato dalla vela e limitare così la
formazione di vortici. Per quanto riguarda invece la forza
idrodinamica del flusso dell'acqua sullo scafo nelle andature
strette, per ridurre la notevole resistenza che l'opera viva
oppone all'avanzamento, possiamo solamente cercare di tenere la
barca il più possibile piatta sull'acqua. Non conviene
alzare la deriva (tranne con vento forte, quando si vuole ridurre
l'eccessivo sbandamento), in quanto aumenterebbe lo scarroccio e
diminuirebbe la portanza idrodinamica. Ed è proprio la
portanza sulla deriva che nasce per effetto dello scarroccio, a
permettere alla barca a vela di avanzare di bolina e quindi di
risalire il vento. Finora abbiamo sempre parlato di scarroccio,
come di un effetto indesiderato (ci fa deviare dalla nostra rotta
ideale), che riusciamo a contenere nei limiti, grazie alla deriva.
Ora invece scopriamo che se la barca a vela non scarrocciasse, il
flusso dell'acqua sulla deriva avrebbe un angolo di incidenza
uguale a zero, e non si avrebbe la portanza che, come vedremo fra
poco, nasce dalla deviazione di un flusso e permette l'equilibrio
fra la forza idrodinamica e quella aerodinamica, senza il quale la
barca non potrebbe navigare. Per capire come nascono resistenza e
portanza, consideriamole l'una indipendente dall'altra. Infatti,
come vedremo, pur essendo i due fenomeni quasi sempre coesistenti,
l'origine fisica che sta alla base dei due concetti è
sostanzialmente diversa.
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