Sono molti i motivi che differenziano la velocità fra due
barche identiche condotte da equipaggi di uguale capacità:
al primo posto vi è il numero delle manovre secondarie
delle quali sono dotate, che consentono di adattarsi meglio alle
diverse condizioni e quindi navigare più velocemente
REGOLARE LE VELE
La ricerca delle massime prestazioni, attraverso un'attenta
regolazione di tutta l'attrezzatura di cui disponiamo a bordo di
una deriva, non deve essere solo una prerogativa del fanatico o
del regatante.
Maggiore velocità significa: migliore manovrabilità
e quindi sicurezza; percorrere più miglia in una giornata;
navigare di più e quindi progredire più in fretta.
Infine, ma non per ultimo, maggiore velocità significa
quasi sempre più divertimento.
La velocità di una barca a vela non dipende solo da
variabili fisse, quali l'intensità del vento, lo stato del
mare e le caratteristiche tecniche volute dal progettista
(superficie velica, forma dello scafo, peso, ecc.). Su due barche
simili che navigano appaiate e condotte da equipaggi di pari
abilità, grosse differenze di velocità sono infatti
date soprattutto dal numero delle cosiddette manovre secondarie
con cui sono attrezzate: più una barca ne è ricca,
più potrà navigare veloce adattandosi alle diverse
condizioni.
Utilizzando sempre tutte le manovre disponibili, alla ricerca
della massima velocità, si impara del resto a conoscere
esattamente l'effetto di ogni singola regolazione. Ecco
perché riuscire a essere veloci significa avere imparato a
cavarsela, con poco o con troppo vento, e magari in caso di avaria
in navigazione.
Nella scorse puntate abbiamo visto che esiste una simmetria tra
aerodinamica e idrodinamica, nel movimento di una barca a vela.
Quindi, per navigare più veloci, è importante
occuparsi, oltreché della regolazione fine delle vele,
anche dell'assetto della barca, per adattare al meglio le forme
dell'opera viva alle diverse direzioni e intensità dei
flussi d'acqua che la investono.
Molti esperimenti sono stati fatti, e si faranno ancora, in questa
direzione. Ad esempio, in una delle passate edizioni della Coppa
America, alcune barche (tra cui anche la vittoriosa «
America3») avevano il trim-tab (aletta correttrice di
assetto), armato sulle appendici dello scafo.
Per curare invece l'idrodinamica degli scafi comuni, come quelli
delle derive, si dovrà prestare la massima attenzione alla
distribuzione dei pesi a bordo ed alla regolazione della deriva e
del timone che, come abbiamo già detto, devono essere
corretti ogni qualvolta si cambi andatura o muti l'intensità
del vento. Ma occupiamoci delle vele, per le quali invece possiamo
fare molto di più: regolare bene il loro angolo di
incidenza con il vento, il loro svergolamento e la loro
convessità.
I TELLTALES
Nel regime laminare, la vela correttamente regolata deve deviare
le linee di flusso d'aria, piegarle, senza però spezzarle o
interromperle bruscamente con formazione di vortici.
Possiamo fare, a questo proposito, una prova con l'anemometro:
partiamo da un'andatura di bolina con la vela a segno e misuriamo
la velocità dell'aria, sopravvento e sottovento a essa.
Puggiamo quindi senza lascare, portandoci al traverso e anche
oltre. Se in questa situazione rileviamo ancora le velocità
del vento, ci accorgiamo che sono crollate vistosamente,
confermando che la vela lavora meno efficacemente di prima, in
quanto il flusso d'aria è passato da un regime laminare a
un regime turbolento.
Su molte vele, comprese quelle delle derive, ci sono i telltales,
dei fili di lana segnavento applicati sui due lati della caduta
prodiera e qualche volta anche lungo la balumina (specie delle
rande). Grazie ad essi, nelle andature che vanno dalla bolina a
poco dopo il traverso, possiamo visualizzare, istante per istante,
il tipo di flusso sulle vele: se è regolare, quindi
più o meno laminare, o se a contatto con le vele si rompe
bruscamente distaccandosi dalla superficie e formando turbolenze.
Dal momento che su una deriva non sempre si ha la
possibilità di ragionare troppo, specie quando si è
impegnati in un duro lato di bolina, cerchiamo di farci un quadro
delle reazioni da adottare quando vediamo un segnavento oscillare
irregolarmente.
Si può: spostare la barra dalla parte verso cui tende a
orientarsi il tell tale (puggiare o orzare) o regolare le scotte
nella sua direzione (cazzare se il telltale tende sopravvento,
lascare se questo tende sottovento).
I telltales, inoltre, ci saranno utili quando, navigando di bolina
stretta, vogliamo risalire al massimo il vento, orzando fino al
limite dell'angolo morto. Per verificare tale limite possiamo
guardare il tell-tail di sopravvento che, con largo anticipo, ci
indicherà quando stiamo orzando troppo. Questo ci
eviterà di ricorrere a continue «nasate» nel
vento (vedi seconda puntata), che inevitabilmente fanno perdere
velocità.
Se sulle vele non disponiamo di questi utili indicatori, possiamo
farceli noi. Prendiamo dei fili di lana lunghi circa dieci
centimetri (magari di colore diverso, per distinguere quello
sopravvento da quello sottovento), e cuciamoli alla stessa altezza
sulle due facce del bordo d'entrata e sulla balumina. Non sempre
purtroppo la giusta luce ci farà vedere in trasparenza il
filo di lana sottovento, ma sarà meglio che niente. Le
velerie che forniscono le vele con i segnavento prevedono di
solito anche delle finestre trasparenti.
Poiché più si sale di quota più il vento
aumenta di intensità, perché incontra meno la
resistenza d'attrito con il mare, sarebbe giusto prevedere almeno
tre serie di segnavento disposte a uguali distanze verticali, per
controllare il flusso d'aria sull'intera superficie della vela.
SVERGOLAMENTO DELLA VELA
Come vedremo prossimamente, l'aumento del vento rispetto alla
barca in movimento provoca anche un cambiamento della sua
direzione. Quindi, più si sale lungo la vela e più
il vento, oltre ad aumentare, ridonda (viene cioè meno da
prora e ha un angolo di incidenza maggiore sulla vela).
Si può, infatti, osservare da poppa che i profili delle
balumine delle vele si aprono man mano che si sale verso l'alto.
Per regolare e adattare questo svergolamento (apertura maggiore
della vela in quota), ai diversi punti e alle diverse andature, e
quindi mantenere costante l'angolo di incidenza del vento alle
varie altezze (regolando così anche i segnavento più
alti), è necessario agire non solo sulle scotte, ma anche
su altre regolazioni.
Normalmente, comunque, non sono più frequenti gli
interventi per ridurre lo svergolamento (e i telltales lo
confermeranno) di quelli per aumentarlo, specie sulle vele
vecchie, ormai sformate.
CONVESSITÀ DELLA VELA
Per regolare bene la convessità della vela ovvero
aumentarne la «pancia» per avere più potenza con
poco vento e nelle andature portanti, o smagrirla per conferirle
meno potenza con vento forte e nelle andature strette, possiamo
intervenire su varie regolazioni.
La freccia (distanza che c'è tra la corda della vela e il
punto di tessuto che più le si allontana, diciamo la «
pancia» massima) è un indice della convessità
della vela e quindi della sua potenza.
Quando ingrassiamo una vela per conferirle più potenza,
oltre ad aumentare la spinta propulsiva, aumentiamo anche lo sbandamento e
quindi lo scarroccio della barca. L'entità della freccia ci
interessa, dunque, anche per mantenere un giusto angolo di
sbandamento.
Facciamo un esempio.
Supponiamo di essere di bolina con le vele correttamente regolate
e di accorgerci però che l'angolo di sbandamento è
eccessivo (il peso dell'equipaggio, sporto sopravvento, non
è sufficiente). Possiamo ridurre lo sbandamento orzando, ed
a questo punto la vela inizia a sventare e con lei il telltale sul
lato sopravvento. Per tornare ad un flusso regolare, conservando
la velocità ma anche uno sbandamento ridotto, possiamo
appiattire la vela.
Analogamente, su una barca a vela in difetto di potenza, possiamo
puggiare un pò per avere un angolo con il vento più
favorevole. Così facendo però aumentiamo sì
la spinta propulsiva, ma anche lo sbandamento e quindi lo
scarroccio.
Sarà ancora il telltale di sottovento a sollevarsi,
indicando che il flusso regolare può essere recuperato
rendendo le vele più grasse.
Oltre all'entità della freccia, ci interessa la sua
posizione rispetto alla caduta prodiera, posizione che determina
anche la direzione della forza aerodinamica. Questa infatti si
sposta verso prora, allo spostarsi della freccia verso il bordo
d'entrata (ecco perché nelle scorse puntate si è
detto che la forza aerodinamica è «circa»
perpendicolare alla corda della vela), aumentando così la
componente propulsiva nella direzione del moto della barca.
Di bolina una «pancia» più vicina alla caduta
prodiera dà più potenza (sbandamento e spinta
propulsiva) ma fa stringere meno il vento. Questo perché
spostando la pancia in avanti si diminuisce l'angolo di incidenza
del vento sulla vela, che così sventa lungo la caduta prodiera.
Dobbiamo quindi puggiare un pò, per farla portare
correttamente e non perdere velocità.
Viceversa, per le stesse ragioni una vela piatta verso la caduta
prodiera permette di stringere di più il vento ma rende di meno.
Di bolina bisogna quindi trovare il miglior compromesso tra la
potenza da dare alla vela portando la «pancia» in
avanti, e il minor angolo rispetto al vento che, in relazione a
questa modifica, si riesce a tenere. Ad esempio, soprattutto con
poco vento e con mare formato, si privilegia la potenza della vela
(maggiore velocità) rispetto all'angolo di risalita al
vento, in quanto le onde prese di prora frenano notevolmente la
barca. E ciò ancora di più se stringiamo troppo il vento.
Per spostare la posizione della freccia verso la caduta prodiera
si mette in tensione la drizza (per la randa si può tesare
anche il cunningham). Per spostarla verso il centro, si fa il
contrario.