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MENSILE INTERNAZIONALE
DI NAVIGAZIONE

Copertina di Nautica

Mese di pubblicazione

Editoriale del numero 441

In tutti i paesi più industrializzati la nautica sta invecchiando

COMUNICAZIONE PER CONQUISTARE I GIOVANI

Un fenomeno allarmante accomuna i settori nautici di tutti i paesi più industrializzati: la nautica sta invecchiando. Naturalmente non le belle barche, né i progetti, né il progresso tecnologico che, anche se lentamente nel tempo, testimoniano la vivacità e l'intraprendenza del settore. No, la nautica che sta invecchiando è quella degli utenti e di molti cantieri artigianali. In questi ultimi decenni si è rallentato fino a divenire un problema preoccupante il ricambio generazionale sia nell'utenza sia nelle maestranze, specie nell'ebanisteria. I giovani che si dedicano alle attività nautiche sono sempre meno numerosi, forse perché mancano loro i grandi personaggi da seguire, le gesta da imitare, ma molto perché nessuno porta in modo efficace avanti la promozione della barca.

Molti cantieri che costruiscono barche medie e grandi ricercano disperatamente nel Mezzogiorno giovani falegnami ed ebanisti disposti a trasferirsi in Toscana, in Liguria, in Romagna, nel Veneto, ma anche per addetti alla lavorazione della vetroresina ci sono difficoltà.

Eppure si tratta di lavori ben retribuiti. Come mai il richiamo sui giovani si è affievolito? Come in tutte le cose della vita, c'è un insieme di concause, di mode, ma sostanzialmente di prospettive migliori e più facili in altri settori.

I sette anni di carestia per la nautica iniziati con la Guerra del Golfo hanno consigliato molti giovani a cercar fortuna in settori meno fragili, meno esposti a problemi contingenti legati alle entrate del fisco o alla demagogia politica.

Per quanto riguarda gli utenti, anche se si è sviluppato il professionismo negli equipaggi della vela che partecipano ai grandi eventi sportivi, è mancato l'esempio delle gesta dei grandi che infiammano l'animo all'imitazione e alla ricerca di grandi traguardi. Invece sono moltissime le attività sportive che accendono le luci della ribalta ai loro protagonisti, ma oltretutto li rendono miliardari.

Poi c'è l'aspetto economico, troppo oneroso a tutti i livelli. Oggi una deriva da iniziazione costa almeno venti milioni e la barca a motore iniziale per la pesca sportiva alcune decine di milioni. Così tutti i giovani che praticano la nautica lo fanno sulla barca di papà e se il padre appassionato non c'è, il figlio si orienta diversamente. Un plauso va alla Federazione Italiana della Vela che sta avviando un programma di collaborazione con la scuola per portare la conoscenza del mare e della vela tra i giovani della scuola dell'obbligo. Ma i mezzi della FIV sono molto limitati. Perché la medesima iniziativa non viene abbracciata anche dalle altre federazioni degli sport acquatici e dalla stessa Ucina?

Carente è anche l'organizzazione di assistenza alla nautica, quella dei servizi troppo improvvisata, spesso impreparata, ma quel che è peggio troppo carestosa e in grado da sola di dissuadere molti a farsi una barca, piccola che sia.

Non parliamo poi dell'assenza di scivoli che impedisce la nascita di una nautica carrellabile anche in Italia e dell'eccessivo costo degli ormeggi, che finiscono per pesare troppo sui costi di gestione di tutte le unità.

La crisi del settore è iniziata proprio quando si è fermata la crescita degli appassionati, allorché il numero dei nuovi diportisti pareggiava a stento quello delle persone che abbandonavano per vecchiaia, per stanchezza o perché attratti da nuove attività di tempo libero.

E da allora i cantieri hanno iniziato a rincorrere il cliente abbiente nelle sue accresciute esigenze dimensionali: 14, 16 18, 20 metri e anche più su se la situazione strutturale, logistica e finanziaria del costruttore lo consente. Ma più si sale in grandezza, meno clienti si trovano e più forte è la concorrenza globale.

A questo punto tutti si sono resi conto che bisogna ricrearsi un cliente iniziale, che più piccolo sarà e più a lungo potrà rimanere sul mercato. La British Marine Industries, l'equivalente britannica della nostra Ucina, sta lavorando da tempo e con la sua nota efficienza su tale tema, che è stato affrontato con inchieste, seminari, tavole rotonde a tutti i livelli. Ne è scaturito proprio che le iniziative da prendere devono essere molteplici. Principalmente si deve battere su un'opportuna comunicazione per promuovere l'acquisto del prodotto barca, specie della prima barca, che va proposta sul mercato a prezzi accessibili, come negli anni sessanta e settanta quelle derive e scafetti al cui lancio popolare contribuirono anche i grandi quotidiani inglesi

Ma l'Italia ha un vantaggio rispetto agli altri paesi europei. Le potenzialità della nautica sono state appena scalfite. Il rapporto numero di barche/numero di abitanti ci vede ancora con una barca ogni 70 abitanti, contro i 45 di Francia e Inghilterra e i 7 dei paesi scandinavi. Però l'Italia ha un Mezzogiorno tutto da valorizzare e la configurazione del territorio in mezzo al Mediterraneo farà del nostro paese una grande darsena man mano che sarà colmato il gap dei posti barca e verrà avviato un programma politico per la nautica e per di scivoli pubblici, ora praticamente inesistenti.

Quindi, c'è tanto spazio, ma c'è da lavorare, specie con l'associazionismo sia esso dei costruttori come dei diportisti senza fini di lucro.

E prezioso sarà l'apporto di personaggi come Soldini, Cino Ricci, lo stesso D'Alema e altri che possono far presa sul grande pubblico.

L'importante è battersi per ottenere dal Parlamento quell'attenzione che finora è stata molto scarsa sui problemi di fondo del settore, un comparto che può dare un bel contributo all'economia nazionale. Anche la nautica ha bisogno di certezze.

Questo testo, se non si riferisce al numero di Nautica correntemente in edicola, viene pubblicato esclusivamente a fini storici e le opinioni espresse potrebbero non coincidere più con quelle della Direzione e/o della Redazione di Nautica Editrice Srl