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MENSILE INTERNAZIONALE
DI NAVIGAZIONE

Copertina di Nautica

Mese di pubblicazione

Editoriale del numero 450

Considerazioni a caldo, complessivamente...

UNA BUONA ESTATE

Un rapido consuntivo sulla stagione nautica ormai conclusa conferma pienamente quanto abbiamo sostenuto all'indomani della creazione dei parchi marini. Abbiamo detto allora che tutto si sarebbe risolto all'italiana, il che significa confusione, rinvii, ritardi. E siamo stati facili profeti, perché è avvenuto proprio questo. La confusione è tale, che nessuno ci capisce più nulla. L'unico punto fermo è il fatto che, con abile mossa, il Ministro Ronchi e i verdi hanno messo il cappello sulle gestioni dei più bei siti marini d'Italia.

Purtroppo i decreti sono stati emanati e i parchi sono là, con le loro aree non delimitate da boe, così ogni diportista, senza saperlo, rischia facilmente di trovarsi in un'area proibita alla navigazione. E ciò è estremamente pericoloso, visto che comporta il sequestro dell'imbarcazione sia essa uno scafo di pochi metri o un motoryacht o una nave da diporto. Il valore è ben diverso e quindi anche la pena, tanto da aver suscitato le giuste perplessità dello stesso Amm. Eugenio Sicurezza, comandante del Porto di Genova (e prossimo ammiraglio ispettore del Corpo delle Capitanerie di Porto a fine anno, al momento del pensionamento dell'attuale Amm. Renato Ferraro) di fronte a un sequestro effettuato nel parco marino di Portofino. Ma, nella confusione, la vittima sacrificale una tantum è preziosa a chi gestisce il potere nell'ente parco.

La denuncia di "Nautica" e di tutti gli organi di informazione che si sono interessati all'argomento, ha ottenuto però già un grande risultato: ha smascherato coloro che, in nome dell'ambientalismo, in realtà si preoccupano soltanto di assicurarsi un buon futuro, un grande affare comprato con i loro voti di fiducia e sostegno al Governo. Perché, come abbiamo già scritto e illustriamo ancora in questo stesso numero, con i risultati di un viaggio in alcuni parchi, chi paga non inquina. Questo fa il paio con chi proclama di risolvere il problema dei parcheggi trasformando in aree a pagamento quelle una volta libere, magari affidandone la gestione a società che appartengono ad amici degli amici. In entrambi i casi qualcuno fa un affare, ma non certo i cittadini, che devono sempre e solo pagare. Ma nel parcheggio c'è eguaglianza, mentre nei parchi, per esigenze elettorali, si distingue tra locali ed esterni: pagano solo i secondi.

Ma questa continua ricerca di vitalizi e prebende non è stata apprezzata dagli elettori verdi, che già hanno avuto modo di esprimere il loro dissenzo. Così, a parte un certo elettorato - che non sappiamo perché si tinga di verde, a meno che non si tratti di un camuffamento per catturare i voti degli allocchi - i veri ambientalisti non hanno gradito questo mercimonio e si ritengono sporcati da tali e tante iniziative mercantili. E poiché, caso strano, ma non per noi, molti diportisti e specie i velisti sono ambientalisti, ora certamente sapranno come votare.

Ribadiamo ancora una volta, "Nautica" e gli utenti della nautica non sono contro i parchi, ma contro il metodo adottato, in un parossismo al di fuori della realtà, che puzza, e ora ne abbiamo anche le prove, di malafede. I parchi si devono fare, ma in aree poco antropizzate, con i mezzi necessari per farli funzionare da subito e bene, senza escluderne la gente, senza sinecure per alcuno se non per il bene pubblico, quindi di tutti. Occorrono delle regole, si può anche accettare il numero chiuso in funzione di una giusta alternanza, ma in chiave esclusivamente, realmente ambientalista. Non si può chiudere alla nautica per aprire ai barconi turistici dei gitanti, che una volta a terra oggi fanno ciò che vogliono, senza controllo. Devono essere aperti sia al turismo di massa sia ai diportisti, ma con i necessari accorgimenti non solo per la conservazione ma anche per un vero controllo e per il miglioramento dell'ambiente, senza però dimenticare di intervenire drasticamente sulle reali fonti di inquinamento e su tutte le attività dannose.

Passando ad altro argomento, siamo rimasti veramente sconcertati, questa estate, quando abbiamo letto sui quotidiani che un magistrato aveva ordinato ai Carabinieri di sequestrare i telefoni cellulari presenti sulle barche. Il malcapitato è stato subissato da una tale mole di proteste, da dover fare precipitosa marcia indietro e affermare che lui aveva agito in base a una norma esistente, ma aveva accettato le pressioni pervenutegli anche da fonti autorevoli di non proseguire. Questa è una vecchia questione. Probabilmente il magistrato è stato tratto in inganno, come del resto altri in passato, dalla questione del servizio radiomobile terrestre, come è denominato il servizio telefonico cellulare. Se è terrestre non può essere usato a mare e infatti, anche volendo, non è funzionante quando ci si allontana oltre una ventina di miglia dalla costa, cioè oltre la portata dei ponti radio. Perciò non è affidabile e come tale il suo uso non è stato accettato dalla conferenza internazionale delle comunicazioni radiomarittime che si riunisce periodicamente. Per comunicare in mare si deve utilizzare appunto il sistema radiomarittimo, che prevede apposite apparecchiature di tipo omologato da tenere a bordo. La relativa normativa, redatta quando il cellulare era ancora in mente a Dio, si limita a stabilire degli obblighi non delle proibizioni. Pertanto non si può sostituire un VHF o altra radio di potenza maggiore con un telefono cellulare, che oltre tutto non consente la comunicazione nave-nave. Ed è giustissimo. Allora ha ragione il magistrato? No, perché per sequestrare un cellulare occorrerebbe che la norma del servizio radiomarittimo o di quello mobile terrestre stabilisse esplicitamente l'uso a bordo del telefonino. Non basta dire che uno si usa a mare e l'altro a terra. La norma deve essere esplicita, come spiegò, a suo tempo, da queste pagine il magistrato Gianfranco Amendola, al quale ci eravamo rivolti per lumi. Ed è un principio giuridico generale. Comunque sia benvenuto l'episodio dell'estate se è riuscito a chiarire il problema una volta per tutte. Ma la soluzione positiva non è stata una cortesia usata alle autorità e di conseguenza ai diportisti, si è trattato di un errore rientrato.

Un'ultima annotazione sul momento della nautica. Facendo gli opportuni scongiuri, sembra che tiri. Settembre è stato un buon mese per tutti, con molte vendite prenotate per il 2.000 e grande interesse per le barche. La testimonianza è venuta dal Salone del diporto di Cannes, notevolmente cresciuto rispetto allo scorso anno nel numero degli espositori, resi più attivi dalla domanda crescente di barche. C'era un pubblico internazionale, con molti visitatori italiani, come molti erano i nostri cantieri che esponevano. Ne pubblicheremo il resoconto sul prossimo numero. Frattanto annotiamo che, con Southampton e Cannes, settembre è divenuto un mese di riferimento per la nautica, che sfrutta ancora l'onda della stagione diportistica. Il periodo consente i floating show, che sono meno forzati nel look rispetto alle esposizioni a terra. La barca in acqua è più invitante, più bella, più congeniale all'idea di un acquisto o di una prenotazione. C'era un bel pubblico e gli operatori francesi e italiani erano tutti molto soddisfatti. Bella l'esposizione delle grandi barche dei gruppi Azimut e Ferretti, dei gozzi veloci di Aprea Mare, ormai dei veri e propri motoryacht, dei cabinati Fiart e Uniesse e di altri ancora che lo spazio non ci consente di citare. Ma la presenza italiana era importante ed evidente. E quando vendiamo barche all'estero entrano quattrini in Italia, meglio e più di altre industrie. Ci pensino i nostri governanti!

Questo testo, se non si riferisce al numero di Nautica correntemente in edicola, viene pubblicato esclusivamente a fini storici e le opinioni espresse potrebbero non coincidere più con quelle della Direzione e/o della Redazione di Nautica Editrice Srl