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MENSILE INTERNAZIONALE
DI NAVIGAZIONE

Copertina di Nautica

Mese di pubblicazione

Editoriale del numero 480

"Nautica" compie 40 anni

GUARDANDO AL FUTURO

Con questo numero, di aprile, "Nautica" compie quaranta anni di pubblicazioni. Ci siamo arrivati con un'attività così intensa che quasi non ce ne siamo accorti. Eppure ci sembra ieri. Avevamo anche noi "quasi i calzoni corti" e vivido ci è rimasto nella memoria il primo giorno di lavoro, nei locali della gloriosa tipografia Tumminelli - in una palazzina sulla cinta della Città Universitaria de "La Sapienza", a Roma - avendo come desk un vecchio banco di scuola.

La partenza fu garibaldina, eppure fu un successo clamoroso, anche dal punto di vista economico editoriale, una ventata di gioventù e innovazione che entusiasmò tutta la nautica italiana. Sono stati quarant'anni vissuti in full immersion in un settore fantastico e così ricco di umanità come pochi. Giornalisti, diportisti, operatori: eravamo a tutti i livelli un team pervaso dal sacro fuoco dell'ardore per una passione che ancora non ci abbandona: il mondo delle barche, il mare e tutto ciò che vi gira attorno, toccando con mano un infinito numero di problemi e cercando sempre di porvi rimedio nell'interesse generale del settore.

Ci rendemmo immediatamente conto che il fenomeno nautico era così giovane nel nostro paese da risultare pressocché sconosciuto agli stessi enti preposti alla sua amministrazione, dalle Capitanerie di Porto all'allora Ministero della Marina Mercantile, a quelli dei Trasporti, del Commercio, dei Lavori Pubblici.

Gli stessi diportisti erano alla ricerca di un'identità, perché man mano scoprivano di essere considerati per lo più dei... rompiscatole, perché ponevano domande a cui nessuno sapeva rispondere. Fu facile rendersi conto che gli Uffici Marittimi, fino ad allora adusi a trattare con una vasta flotta mercantile, ci consideravano essenzialmente disturbatori della loro quiete e pensavano a reprimere invece di prendere coscienza dell'importanza di quanto stava avvenendo. L'esempio, ma anche la moda, ci veniva d'Oltralpe, ma anche dall'Inghilterra. A una quindicina d'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, ancora si parlava della capacità marinara dimostrata da quelle migliaia di diportisti che avevano salvato l'esercito inglese a Dunkerque. Ora quei tempi sembrano lontani anni luce, ma anche da quello spirito indomito nacquero le transatlantiche e altre avventurose regate.

Sì, all'epoca ne eravamo convinti, la nautica era anche ribellione alle guerre e l'affermazione al diritto di un tempo "libero" che gli altri europei stavano conquistando, suscitando la nostra invidia. E il benessere che stavamo assaporando, grazie al miracolo economico dell'Italia di quegli anni, ci consentiva di cominciare a pensare anche alla barca, magari piccola piccola per la pesca sportiva o una deriva, al seguito di inglesi e francesi, ma era un inizio che apriva orizzonti infiniti e creò quello zoccolo duro di appassionati, sul quale la nautica nazionale ha vissuto per decenni.

In tanti volevano sapere, volevano conoscere e noi fummo al servizio di tutti, presentando novità di barche, motori, accessori, che nascevano nel retaggio delle poche esperienze nazionali anteguerra o venivano importati per la fortuna di operatori d'intuito. I progettisti italiani erano pochi, ma il settore era ricco di tante professionalità esistenti nelle varie marinerie, che fecero da balia a diportisti e mercato. Poi il progresso fu travolgente.

Seguimmo il proliferare di progetti che nascevano in Inghilterra e Francia grazie a una falange di nomi prestigiosi e leggevamo i quotidiani inglesi che lanciavano concorsi per barche semplici e alla portata di molti - famosi in proposito i londinesi "The Daily Mirror", che fece studiare e produrre anche dei kit per costruirsi la barca a casa, e "The Observer", che lanciò la prima transatlantica in solitario - mentre in Francia si realizzava una vera e propria esplosione di piccoli cabinati a vela, come il mitico Corsair, spartani ma sufficienti per provare l'emozione della crociera. Ogni anno, c'erano tante derive e multiscafi nuovi che per capirne qualità e prestazioni ci vedemmo costretti a organizzare la nostra prima "Uno per Classe", mentre per far conoscere i gommoni organizzammo gare internazionali e campionati italiani di serie. Tempi gloriosi. Ma in breve, specie nel motore, raggiungemmo e superammo i maestri con il nostro stile italiano e l'intraprendenza di molti.

Tuttavia la nautica è stata sempre un mondo a sé stante, che lavorava e produceva paradossalmente senza bisogno d'aiuto, in un sistema nazionale impostato sul triangolo: grande industria, sindacati e capitale finanziario. Solo la costruzione di porticcioli turistici, per gli investimenti connessi, riuscì a suscitare attenzione e qualche appetito.

Così, fin dall'inizio, dovemmo anche proteggere i diportisti e il settore dalle normative che non prevedevano il diporto, poi da quelle che lo vessavano. Ed è una battaglia che dura anche oggi, con molti dei nostri più recenti editoriali recepiti nel disegno di legge Cutrufo-Perlini attualmente in esame congiunto alla Camera unitamente a quello Muratori-Germanà.

Però, in quegli anni ruggenti, il principale compito di "Nautica" fu quello di grande divulgatrice a rotocalco, scelta che ci fece raggiungere diffusione nazionale e divenire opinion leader. "Nautica indirizza le scelte" era lo slogan di quei tempi, ma è una realtà che continua anche oggi e ne siamo orgogliosi: chi vuole veramente, capillarmente comunicare col settore si deve rivolgere alle pagine di "Nautica" e sono migliaia ancora oggi coloro che leggono la nostra rivista dal primo numero, riconoscendo ad essa un primato che ci onora. Del resto è il risultato della nostra leadership, testimoniata anche dalla certificazione della tiratura e della diffusione, unica tra le riviste del settore.

Un altro motivo di orgoglio è anche quello di vedere le idee di "Nautica" e dei suoi collaboratori puntualmente far parte di programmi, di manifesti e proposte di altri, che se ne appropriano. Pazienza.

E' il destino e forse anche il compito di chi sta all'avanguardia.

Concludendo, quarant'anni di battaglie, quarant'anni di comunione con i diportisti e tutto il settore, quarant'anni di amore e di rispetto reciproco, ma, come si suol dire, il nostro auspicio è "ancora cento di questi giorni", cioè altri cento anni di pubblicazioni sempre con lo stesso spirito indomito, poi... continueremo.

Questo testo, se non si riferisce al numero di Nautica correntemente in edicola, viene pubblicato esclusivamente a fini storici e le opinioni espresse potrebbero non coincidere più con quelle della Direzione e/o della Redazione di Nautica Editrice Srl