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MENSILE INTERNAZIONALE
DI NAVIGAZIONE

Copertina di Nautica

Mese di pubblicazione

Editoriale del numero 485

Che fatica fare il diportista

MA CHE BELLO ANDARE IN BARCA

L'estate volge al termine e, come al solito, sono venuti alla luce tutti i limiti e gli inconvenienti del sistema nautico italiano: multe milionarie, controlli asfissianti, acque proibite se non si paga, difficoltà e costo esagerato di molti ormeggi, una miriade di documenti di bordo, di dotazioni di sicurezza ecc. ecc.

Nato dall'improvvisazione e dall'avventurismo, osteggiato e perseguito politicamente, campo di competizione tra le forze di polizia a mare, il diportismo nautico fatica ancora a trovare rispetto e giusta collocazione.

Abbiamo cantieristica e accessoristica nautica italiane che primeggiano nel mondo, invece l'andare in barca nel nostro paese è ancora faticoso e pieno di difficoltà, tanto da spingere chi può a emigrare in acque più accoglienti.

Abbiamo un gap assurdo rispetto al resto dell'Europa e tutto perché, volenti o nolenti, abbiamo dovuto pagare le colpe di ciò che poteva rappresentare la barca nei confronti di ideologie che non la prevedevano. Noi, un paese basato sull'economia di mercato, che ci vantiamo di essere tra i grandi della Terra.

Ma gira e rigira ci accorgiamo che il nodo gordiano da tagliare è sempre quello, la carenza di portualità turistica. Hanno impedito, per decenni, la costruzione di nuove infrastrutture e tra queste anche di quelle per la nautica, che pure era disponibile a pagarsele totalmente. Le assurdità italiane. Mentre un continuo lavaggio del cervello era svolto nei confronti della gente per convincerla ad acquistare auto incompatibili col sistema viario nazionale e si trasferiva in gran parte il trasporto merci su ruota, per decenni non si sono più costruite strade.

Era una decisione politica, imposta per ottenere la continuità di molti governi, alla quale paghiamo, e pagheremo ancora per molto tempo, un tributo annuale di decine di migliaia di morti, che tutti, invece, cercano di addebitare alla nostra indisciplina al volante. Certo, c'è anche quella componente, ma la realtà è che le strade, dalle autostrade, alle nazionali, alle provinciali, anche senza lavori, sono inadeguate al traffico che vi si riversa; in genere non impediscono lo scontro frontale, non offrono vie di fuga e, ove esistono, presentano corsie d'emergenza strettissime.

Se guardiamo allo stesso problema nella nautica, la carenza di infrastrutture fortunatamente non ha causato morti, ma ha completamente bloccato lo sviluppo del settore, tanto che oggi risultano iscritte, tra registri delle CP e della M.C.T.C., circa 80.000 imbarcazioni, appena una decina di migliaia in più rispetto alla fine degli anni Sessanta. È vero che l'accrescimento del natante, a 7,50 metri a motore e 10 metri a vela, ha portato alla cancellazione di qualche decina di migliaia di unità, ma senza posti barca la nautica da crociera è rimasta bloccata, tanto che si calcolano in almeno 30.000 le barche italiane stazionanti in Costa Azzurra.

La valvola di sfogo sono stati i porti stranieri. Senza strutture non c'è stata crescita ed è mancata una delle regole basilari del mercato, quella della concorrenza.

Così, ogni volta, la nostra stagione ce la dobbiamo sudare, lottando per andare in acqua, per ottenere servizi validi, per limitare esosità e taglieggiamenti ai quali veniamo quotidianamente sottoposti soltanto perché amiamo le barche e il mare.

Certo è una passione che ha dei costi, come qualsiasi attività sportiva e di tempo libero. E contrariamente a ciò che molti credono, tutti noi sappiamo che fino a un certo livello i costi, grazie anche all'usato, sono affrontabili, come dimostra il gran numero di natanti che navigano nei weekend e nei periodi di ferie.

Ma, anche quella minore, è una nautica vissuta nell'improvvisazione, visto che tutti pensano ai famigerati porti turistici e nessuno ai campi boa e agli scivoli. Aumentano solo le spiagge attrezzate, grazie allo spirito imprenditoriale dei bagnini, che comprendono come la loro attività stia cambiando.

Cosa si può fare per migliorare le cose?

Ripetiamo: costruire i porti, specie con escavi, dando spazio ai privati, e riconvertire alla nautica la portualità pubblica in degrado. È compito, invece, dei Comuni provvedere alla viabilità, alle aree di sosta, agli scivoli pubblici e, ove possibile, ai campi boa.

E poiché l'anima dei diportisti è verde, il tutto non va fatto selvaggiamente. I nostri mari e le nostre coste vanno preservate, ma col cosiddetto giuridico buonsenso del padre di famiglia, in un quadro regionale che tenga conto degli interessi nazionali e senza isterismi museali, che vanno limitati dove veramente necessario.

Pensate che quasi tutta la penisola Sorrentina è off limits alle barche da diporto e tutte le unità ivi stanziali gravitano per una gita o un bagno su Capri. E l'Italia è piena di paradossali situazioni del genere. A che può arrivare la politica. Proteggiamo la farfalla e il pesciolino e freghiamo l'uomo. Ma solo per dare dimostrazioni di potere da mettere a frutto, con l'aiuto degli utili idioti.

Come ha confermato il recente rapporto del Censis, perché ci sia sviluppo è necessario che il diportista possa svolgere la sua attività in un contesto più efficiente e meno rischioso, abbia maggiore assistenza e possa disporre di migliori servizi e più ormeggi a costo più contenuto. Per venir fuori da questa situazione occorre che tutti gli addetti, anche gli utenti, si impegnino affinché nelle varie attività cresca la professionalità - e questo fortunatamente nella nautica è un fenomeno in atto - mentre l'associazionismo locale sarà chiamato a svolgere una preziosa funzione di calmiere.

Essenziale sarebbe però, da parte dei sindaci, una visione diversa della nautica, nell'interesse anche delle loro fortune elettorali: il porto deve essere un'invitante entrata nella città e non un centro di potere clientelare o una mera voce di gettito fiscale. Solo allora diventa un volano per lo sviluppo economico.

Frattanto, pungolando il settore da queste colonne, continuiamo ad andare in barca e ad aspettare tempi migliori. Ormai, da decenni, siamo mare-dipendenti.

Questo testo, se non si riferisce al numero di Nautica correntemente in edicola, viene pubblicato esclusivamente a fini storici e le opinioni espresse potrebbero non coincidere più con quelle della Direzione e/o della Redazione di Nautica Editrice Srl