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MENSILE INTERNAZIONALE
DI NAVIGAZIONE

Copertina di Nautica

Mese di pubblicazione

Editoriale del numero 543

Comincia la stagione nautica

IN BARCA LASCIATECI IN PACE

Ormai è certo, stiamo entrando nell'estate. Tra anticiclone delle Azzorre e bolla di caldo africano, ci avviamo verso un periodo di alte pressioni che dovrebbero favorire la stagione nautica. Già in queste settimane abbiamo visto via via crescere le barche in acqua, e l'auspicio sarebbe di vederne sempre di più, ma vi sono condizionamenti che, come lo scorso anno, ne limiteranno l'impiego. Darsene e porti turistici sono saturi, ma l'aumentato costo della vita influisce anche sul nostro settore. Fortuna che la voce esportazioni figura sempre alta nelle statistiche Ucina.

Un pieno di carburante costa tanto e lo si affronta, come già nel 2006, o dividendo le spese tra amici o limitandolo alle occasioni di cui non si può fare a meno. Allora, niente lunghe crociere ma solo uscite per il bagno nei dintorni e nemmeno sempre. Anche questo, lo scorso anno, aveva già portato a una diminuzione di barche in acqua, specie di quelle dirette in Sardegna, perché percorrendo la rotta lungo costa, via Isola d'Elba, la preferita dai croceristi, le miglia sono tante. Ora Soru, il presidente della Regione, vuole anche la tassa su barche e turisti e alla fine, per una questione di principio, anche le unità miliardarie si terranno lontane da quell'isola.

Riflettiamo: la tassa viene esatta sulle barche che superano i 14 metri, andreste voi dove sapete che vi considerano ricchi da sfruttare? Anche il nome affibbiatole per giustificarla, tassa sul lusso, puzza di demagogia a miglia di distanza. Sì, quelle barche sono dei ricchi... ma meno male. Li dovremmo attrarre col miele della convenienza. Magari venissero tutti i ricchi e ricchissimi del mondo a comprare e usare barche da noi. All'estero esser ricchi è un merito, dimostra la validità di una persona e nessuno si sognerebbe mai di criticare chi con i suoi quattrini acquista una barca. Neanche le religioni condannano la ricchezza, anche se stimolano ad aiutare poveri e bisognosi. Perché in Italia, invece, c'è tanto astio? Vige ancora, a quanto pare, il concetto che il ricco è un ladro e la barca è la dimostrazione del suo ladrocinio, grande o piccola che sia. È evidente che la patria del diritto ha ancora molto da imparare da nazioni molto più civili e rispettose dei diritti dei cittadini. Ma non sta a noi difendere i ricchi. Industriali, professionisti o commercianti che siano, hanno schiere di avvocati e commercialisti che li difendono e pilotano nei meandri fiscali per fargli pagare il minimo di tasse o punte tasse e addirittura ottenere sovvenzioni da Governo e Regioni.

Ci dà solo fastidio che si faccia di tutta l'erba un fascio, che cioè si tenti di demonizzare un settore, attirando l'antipatia del grande pubblico anche verso le persone oneste, che pagano le tasse e hanno il diritto di godersi la barca acquistata in genere sacrificando altri consumi pur necessari. Una questione di priorità, di scelte personali.

Nell'attuale situazione economica nazionale anche chi ha una semplice barca già piange, senza bisogno di azioni punitive, perché è partecipe del pianto generale, che allontana gli investitori, ci fa rimanere indietro rispetto al resto dell'Europa e ci impoverisce. Mettetevi nei panni di un europeo, avreste mai portato la vostra barca in Albania durante il regime comunista? Allo stesso modo non la porterà in Italia se annusando l'aria recepisse puzza di antagonismo alle barche. Alla larga, ricchi sì ma scemi è troppo...

Non sarà perciò una stagione facile per la nautica italiana né per il vastissimo indotto, anche turistico, che vive attorno ad essa, anche perché, contrariamente a quanto troppo spesso danno a intendere radiotelevisioni e giornali disinformati, la nautica nel nostro paese è fatta essenzialmente di natanti, cioè unità entro i dieci metri di lunghezza, altro che migliaia di barche da venti metri. I natanti a motore, con derive veliche, barche a remi e da spiaggia rappresentano il 90% delle 400.000 unità che secondo i dati Ucina costituiscono il parco barche italiano, né potrebbe essere diversamente, proprio considerando il rapporto tra potere d'acquisto degli stipendi e costo delle unità, la cui lunghezza non supera il limite reale dei sei, sette metri. E parliamo, per la maggior parte, di unità datate, acquistate con vecchia liretta che pur svalutata valeva sempre qualcosa o scelte nell'usato. Per i loro armatori (ma la parola è troppo pretenziosa) l'uso non è, in genere, quello della crociera, ma stanziale, per la pesca sportiva, la subacquea e il bagno a mare. Costoro, come tutti, sentono molto l'aumento del costo della vita, ma anche dei servizi connessi alla gestione del mezzo. È questa una lamentela molto viva su tutte le coste, che già l'anno scorso ha comportato una diminuzione di uscite e attività. In genere, per nostra annosa esperienza, i diportisti sono animati da grande passione e non rinuncerebbero mai alla barca... piuttosto alla moglie. Naturalmente è una battuta, ma è il quadro di una realtà spesso distorta.

Altro che migliaia di unità di venti metri e passa, che risultano impossibili anche per i limiti produttivi di grandi barche dei nostri cantieri. È vero che tale capacità, dietro le richieste del mercato internazionale sta crescendo, ma di barche di lusso costruite e vendute poi in Italia ne rimangono ben poche o nessuna. Lo dimostra anche il fallimento del registro speciale per le navi da diporto impiegate nel charter. Le vendite, specie in leasing con banche estere, vanno invece a gonfie vele, confermando la nostra leadership mondiale in navi da diporto e in genere nella produzione nautica, dove siamo secondi solo agli Usa.

E si tratta di un traguardo prestigioso anche dal punto di vista delle entrate per il nostro fisco, perché è un settore che contribuisce annualmente al Pil nazionale con tre miliardi di euro circa. Peccato che l'ottusità politica, la demagogia vigente, ci impedisca di sfruttarne l'introito maggiore, quello della gestione, che regaliamo ai nostri concorrenti mediterranei.

Concludendo, possiamo affermare che nessun altro settore è più controllato dal fisco di quello delle barche. Il Servizio Navale della Guardia di Finanza vigila con attenzione sulle banchine e anche fuori delle nostre acque territoriali. Come in tutti i settori, anche nella nautica ci sono purtroppo degli evasori - le tasse che non pagano loro le paghiamo noi - ma è semplicemente vergognoso indicare, com'è stato fatto in televisione di Stato, il Salone di Genova, una delle maggiori vetrine mondiali della nautica, come il punto di raccolta di quanti normalmente evadono il fisco.

Ammirate, invece, il settore per la sua capacità imprenditoriale e produttiva, ammirate anche chi rimane in patria a godersi la barca, rendendo partecipi del suo piacere tutti coloro che grazie alla sua passione hanno la loro parte di lavoro, guadagni e benessere. Aiutate a farli crescere.

Questo testo, se non si riferisce al numero di Nautica correntemente in edicola, viene pubblicato esclusivamente a fini storici e le opinioni espresse potrebbero non coincidere più con quelle della Direzione e/o della Redazione di Nautica Editrice Srl