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NAVIGARE TRA LE ISOLE DELLA BIRMANIA
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MERGUI, VERDE ARCIPELAGO
«E dove diavolo è l'arcipelago Mergui?» risposi a
un amico che mi parlava di quelle isole, al suo ritorno dalla
Thailandia. Mi disse che da pochi mesi la Birmania aveva dato il
permesso ad alcune barche di navigare nelle acque di un bellissimo
e desolato arcipelago, subito sopra il confine con la Thailandia.
Spinto dalla curiosità - possibile che a questo mondo
ancora ci siano isole sconosciute e selvagge? - consultai
l'atlante. Si, è vero, ci sono tante isole davanti alla
costa birmana; strano che non me ne sia mai accorto in uno dei
miei sogni ad occhi aperti davanti alle carte geografiche. Poi
capisco: la Birmania è stata, dall'indipendenza nel '48, in
un regime isolazionista e da allora ben pochi stranieri hanno
ottenuto il visto per visitarla. Oggi il paese, ribattezzato
Myanmar, sta tentando una graduale riapertura al turismo e anche
l'arcipelago Mergui, rimasto «off-limits» per decenni,
comincia a vedere qualche barca solcare le sue acque. Gran parte
del merito va a un'agenzia di Phuket, la «South East Asia
Liveaboards», che per tre anni ha contrattato con le
autorità birmane il permesso a navigare nell'arcipelago.
Una breve ricerca sul World Wide Web, ed ecco comparire il sito di quell'agenzia www.seadivers.com, con tutte le informazioni sulle isole, la crociera e le barche.
Ottocento tra isole, isolette e faraglioni, sparsi su un territorio di 36.000 chilometri quadrati. Tutte ricoperte di una fitta foresta e con spiagge candide coralline. Quasi tutte disabitate a parte alcuni insediamenti di «Moken», i vagabondi del Mar delle Andamane. Questi passano gran parte dell'anno sulle loro barche, ma non sono pescatori: nel periodo del monsone piovoso vivono a terra e coltivano lo stretto necessario per la loro sopravvivenza. In mare raccolgono molluschi, ricci e i pesci che rimangono intrappolati sulla barriera con la bassa marea. Essiccano certi tipi di alghe per venderle ai cinesi in cambio di merci e oppio, che fumano mischiato con pezzetti di foglia secca di banano per mezzo di una pipa ad acqua, passata di mano in mano.
Nautica ha scelto la prima, e qui di seguito riporto il diario dell'esperienza, così come è stato scritto a bordo del «Crescent». 1° giorno
Le pratiche doganali le fanno per noi alcuni incaricati. Ci sistemiamo a bordo, in attesa di lasciare l'ormeggio in rada e iniziare a navigare per la nostra prima meta, l'isola di St. Matthews a 23 miglia. Giunti a notte fonda, aspettiamo in rada di fare le rimanenti 17 miglia per Western Rocky Island. 2° giorno
Notte in navigazione, per i «Banchi». Molto comodo muoversi di notte, in modo da poter avere tutta la giornata disponibile per le attività subacquee. Si naviga con tutti gli strumenti disponibili: pilota automatico, GPS e radar. Il comandante sceglie il waypoint sul GPS, sulla carta dell'Ammiragliato britannico n° 216 al 300.000: si rilevano eventuali secche o scogli, si regola la rotta sul pilota automatico (non è interfacciato col GPS) e via così; ogni tanto si aggiusta la rotta sul pilota automatico, se si discosta dalla rotta indicata dai satelliti. Il plotter è inutile: di questa area esistono carte elettroniche a scala troppo ridotta. Con il radar si controlla che non ci siano altre barche o navi sulla rotta. Unico problema, se c'è un tronco o un barile o un altro relitto galleggiante, lo potremmo prendere in pieno; ma probabilmente ci si affida un pò alla fortuna, un pò ai sei nodi di velocità, che secondo il comandante non sono sufficienti a provocare danni. 3° giorno
All'ora della siesta passa davanti alla prua una balenottera comune (Balaenoptera physalus) a ravvivare l'atmosfera a bordo. L'oceano è calmo, soffia una leggera brezza e c'è un pò di corrente. A proposito di corrente, qui non riesco bene a capire come funziona, se in base alla marea o se è maggiormente influenzata dal monsone. Probabilmente un insieme delle due cose, rendendo una previsione più complicata. Gran spettacolo a cena: i fari che illuminano il tavolo esterno, rompendo l'oscurità del Mar delle Andamane, attirano piccoli animali del plancton, e i pesci volanti li divorano. A loro volta i pesci volanti sono inseguiti da una decina di grossi carangidi, provocando un guazzabuglio tutto intorno. In certi momenti il mare ribolle e sentiamo i «tonf» dei poveri pesci alati che sbattono contro le fiancate. 4° giorno
Con altre due ore raggiungiamo alcuni faraglioni senza nome e famosi per la bella immersione «In through the out door», così chiamata per una caverna che passa da un lato all'altro di uno degli scogli e presenta perciò due entrate. Entriamo in acqua a fianco al faraglione più grande e lo aggiriamo. Il mare è più trasparente del solito. Nuvole enormi di vari tipi di pescetti ci oscurano la luce e una decina di calamari in formazione ci sorvola. Sul fondo i trigoni sono numerosi. Le gorgonie di Gauguin (Melithaea squamata) crescono rigogliose sulle rocce. Orrenda visione: in un canyon qualche giorno fa i pescatori di frodo hanno tirato una bomba e il risultato è un tappeto di pesci morti, fra cui tanti barracuda. L'idiozia umana non ha limiti: per raccogliere un pugno di pesci, i pochi che venendo a galla possono essere presi facilmente, o tuffandosi con la maschera, si fa una strage inutile. Una così assurda pesca non selettiva, che addirittura distrugge tutto intorno, non può essere giustificata in nessun modo. Si fa presto a dire che i pescatori hanno fame, che devono sfamare i loro figli. In questo modo ci si preclude il futuro. Con l'amaro in bocca proseguiamo e in fondo al canyon si apre la volta di una grotta, abitata da un gruppo di squali grigi, che si dileguano velocemente. La grotta si restringe ed entra all'interno del faraglione, fino a sbucare sul lato opposto, dove la vista di acqua più torbida mi fa fare dietrofront. Tornato nel canyon mi gira intorno un branco di carangidi e uno di barracuda. Le masse di pesci si muovono senza sosta: si aprono, si chiudono, cambiano direzione o si mischiano con altre, per poi ridividersi, in un gioco senza fine. Fino ad oggi l'acqua è stata a momenti torbida e a momenti passabile, a momenti molto fredda e in altri calda: comunque molto strana, non risponde allo standard di queste zone. Anche alle isole Similan, poco lontane e più conosciute, in questi ultimi mesi le cose sono similmente anomale. Tutti addebitano la colpa a El Ni–o, ormai capro-espiatorio di tutto ciò che di irregolare accade sul pianeta. Probabilmente c'è stato un «up-welling», sono cioè venute in superficie acque oceaniche profonde, fredde e ricche di nutrienti, che hanno determinato un eccezionale fiorire di fitoplancton e di alghe filamentose tipo quelle che invadono talvolta il Mar Rosso e a cui questo deve il suo nome. Oggi abbiamo incontrato le strisce rossastre che avevo già visto una volta in Sudan, dovute alle grandi concentrazioni di queste alghe. Il punto è: che cosa potrebbe aver determinato questo sollevamento di acque profonde? È un fenomeno frequente o eccezionale? Può essere legato a «El Ni–o»? Tutte teorie e domande per ora senza risposta. Ormeggiata vicino al Crescent c'è una barca di pescatori. Sono in quattro su un gozzo di circa sei metri e hanno impiegato una settimana ad arrivare qui da Kawthoung. Rimarranno per cinque giorni a pescare con reti e nasse. Nella stiva ci sono cernie e altri pesci di barriera. Ovunque sono appesi a essiccare filetti di squalo e di razza, di cui si cibano e che vendono al mercato di Kawthoung. A pomeriggio inoltrato dirigiamo la prua verso Black Rock, su un mare pieno di grandi meduse viola e trasparenti, con i tentacoli lunghi diversi metri. Passeremo alcune ore della notte in una baia dell'isola di Clara, per il resto si navigherà. 5° giorno
Le rocce e le pareti sono piene di gorgonie e alcionari, con tanto pesce nonostante le bombe; abbiamo incontrato alcune seppie, due polpi in amore, un branco di barracuda e uno di carangidi, nudibranchi colorati, diverse murene e un raro gamberetto mantide. Riprendiamo la navigazione verso Little Torres, dove si trascorrerà la notte ancorati. Al calar del buio i delfini vengono a giocare sotto la prua, creando effetti meravigliosi grazie alla bioluminescenza, la prodigiosa luce che alcuni corpuscoli del plancton emettono se sollecitati. L'avevo già visto alle isole Galapagos (vedi Nautica 355, nov '91) ma ogni volta l'incredibile e surreale spettacolo lascia estasiati: la silhouette dei cetacei, in corsa con la barca, risplende nel buio. Essi lasciano una scia luminosa dietro il loro contorno scintillante, e giocano, si strusciano, si incrociano, in un zig-zag gioioso. Sembrano fantasmi. Indimenticabile. 6° giorno
L'arcipelago ospita nelle sue foreste molti animali, tra cui elefanti che spesso si muovono a nuoto da un'isola all'altra. Anni fa ne è stato visto uno fare a nuoto dall'isola Lampi alla costa, con due tratti da cinque miglia. Non è che lo fanno spontaneamente, ma sono spinti dai loro padroni, che li portano a rimuovere i tronchi abbattuti. Perfino un «rinoceronte di Sumatra» (Didemocerus sumatrensis), diffuso su alcune isole, è stato osservato nuotare per venti miglia, fino a High Island. Le tigri si aggirano nelle isole più vicine alla costa, che raggiungono camminando sulle zone rimaste scoperte con la bassa marea.
Finite le attività sub torniamo alla baia, in attesa di partire prima di cena per il sud. Questo è il punto più settentrionale del nostro giro, poiché invece di continuare per il porto di Mergui, come era in programma, torniamo al porto di partenza a causa della soppressione di un volo aereo. Infatti da Mergui avremmo dovuto volare fino a Kawthoung. Nelle acque calme della baia osserviamo alcune razze saltare in aria e fare una piroetta, proprio sotto la prua. Ora mi è più facile credere ai rari e misteriosi salti delle mante. 7° giorno
Usciti dall'acqua abbiamo la sorpresa di trovare ormeggiati intorno a noi una quindicina di pescherecci birmani, intenti a piegare le reti. C'è una legge birmana che vieta la pesca commerciale sotto l'undicesimo parallelo, e qui ne siamo ben abbondantemente sotto. Qui, oltre a strafregarsene della legge, tirano pure le bombe. Chissà cosa rimarrà fra qualche anno dentro il mare. Anche qui, come da noi, le leggi ci sono, ma i pescatori ne sono esenti, tanto... chi li viene a cercare? Un pinnacolo che si eleva da trenta metri è il teatro della successiva immersione, coloratissimo, completamente tappezzato dai coralli. Andiamo ad ormeggiare poi nella parte meridionale di Great Swinton Island e sulla spiaggia, intenti a cuocere oloturie in due pentoloni, incontriamo un gruppo di pescatori. Sono molto giovani e, tramite il nostro interprete birmano, dicono di essere specializzati nella pesca di questi animali che, essiccati, sono molto ricercati sui voraci mercati cinesi. Un giro in gommone al tramonto conclude la giornata. Trascorriamo la notte in rada. Nell'oscurità brillano le stelle, ma ancora di più luccicca il mare nero. È incredibile, da ogni angolo della baia fin sotto la barca minuscoli lampi scintillano in continuazione. Se poi si provoca uno schizzo d'acqua, il mare si accende. Un mare ricco di plancton, e di vita. 8° giorno Alziamo le vele e facciamo rotta su Mc Carthy Island e Stewart Island, dove su entrambe le punte meridionali facciamo le ultime immersioni. Entrambi i fondali sono variopinti. In una grotta troviamo uno squalo nutrice di oltre quattro metri. Ci ormeggiamo in una rada di Mc Carthy per l'ultima volta, in attesa di navigare tutta la notte per Kawthoung. Sugli scogli davanti alla spiaggia sventolano tre bandiere lunghe e bianche, lasciate da pescatori. Forse per affermare che quella è una zona di pesca riservata a loro. O forse per motivi religiosi. Chissà.
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