LE TAPPE DELL'ESPLORAZIONE SOTTOMARINA
Nel 1953, Auguste Piccard e suo figlio Jacques, pilotando un batiscafo
battezzato Trieste e costruito in Italia, scendono a 3150 metri nel Golfo di Napoli.
Nel 1954 due francesi, Houot e Willm, raggiungono 4050 metri con una
cabina del tipo batiscafo.
Dal 1959 in poi il Trieste, pilotato da Jacques Piccard,
intraprende parecchi viaggi d'esplorazione per conto della
U.S. Navy, la Marina Militare americana. In tutte queste
spedizioni sottomarine, è da scienziati appartenenti
a diverse discipline. Il 15 novembre 1959 raggiunge 5600 metri,
l'8 gennaio 1960, 7300 metri e il 23 gennaio dello stesso anno
scende fino a 10910 metri, nella Fossa delle Marianne, che
` la fossa più profonda che si conosca.
Di Jacques Piccard
- Dalla campana di Alessandro al batiscafo
- Dal batiscafo al primo mesoscafo
- Spedizione alla deriva nella corrente del golfo
- Trenta giorni sott'acqua
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VIAGGI AL FONDO DEGLI OCEANI - 1
Per il suo lavoro di penetrazione, di osservazione e di
studio del mare, l'uomo - sportivo, oceanografo o anche
soldato - in linea di principio dispone di tre possibilità:
trattenere il respiro, respirare alla pressione ambiente, rinchiudersi
in un sommergibile.
Il primo metodo è stato impiegato sin dall'Antichità.
Gli Spartani, assediati dagli Ateniesi nel 425 a.C., provvedevano ad
approvvigionarsi per mezzo di sommozzatori, e i nuotatori subacquei
di Gneo Pompeo - figlio del Triumviro - rimisero a galla le navi
affondate per bloccare il porto di Oricum, allo scopo di poter
conquistare la città. Durante tutta l'Antichità ed
il Medio Evo, i pescatori di perle e di coralli compivano brillanti
imprese - generalmente a profitto di ricchi mediatori - ma morivano
giovani o rimanevano infermi: la tecnica dell'immersione - non esistendo
una scienza - ammetteva i pericoli e gli inconvenienti ai quali si andava
incontro, senza potervi porre rimedio. Ancora nei nostri giorni la tecnica
detta "in apnea" ha i suoi fedeli fautori: vi sono specialisti che scendono
a 40, 50 e 60 metri senza altro equipaggiamento che una semplice maschera;
ma non si tratta che di imprese sportive: per un lavoro subacqueo serio,
la tecnica oggi ha fornito al palombaro mezzi potenti.
Per poter rimanere sott'acqua più a lungo, l'uomo deve poter
respirare. Sin dal XVII secolo, e forse addirittura nell'Antichità,
se possiamo prestar fede ad Aristotele, i palombari sono stati dotati
di "campane" sotto le quali potevano venire a riprendere fiato. Beninteso,
l'aria vi si trovava alla pressione ambiente dell'acqua. Dato che non si
conoscevano ancora le leggi che regolano la pressione e la decompressione,
gli infortuni erano ancora numerosi; ma a poco a poco, la tecnica si
perfezionò. Il XVIII secolo, con George Sinclair, Edmund Halley
e John Smeaton, immaginò di rinnovare, mediante una pompa, dalla
superficie, l'aria nella campana, a mano a mano che i palombari la
consumavano. Il XIX secolo fece altri due passi in più:
Augustus Siebe, tecnico tedesco che lavorava in Inghilterra, ridusse
la campana alle dimensioni di un elmo, e Rouquayrol e Denayrouze
tagliarono il collegamento con la superficie, sostituendo la pompa
con una bombola d'aria compressa. Lo scafandro autonomo era stato
inventato: rimase peraltro al suo stato primitivo fino alla metà
del XX secolo, quando la tecnica moderna e l'impulso di promotori
instancabili, fra i quali si deve ricordare in prima linea il comandante
Cousteau, posero l'uso di esso a disposizione di milioni di dilettanti.
L'immersione con lo scafandro ha i propri vantaggi: l'uomo è
libero, agile, padrone dei propri movimenti; ma ha i suoi limiti: il
palombaro per ora generalmente non può scendere oltre i 50 metri;
in casi speciali, ha raggiunto 300 metri (Hannes Keller, svizzero, nel
1962); scendendo troppo in basso, rischia l'ebbrezza delle profondità,
se risale troppo rapidamente, rischia l'embolia gassosa. Ma l'immersione
libera è ormai una tecnica ben stabilita, quasi una scienza, ed a
poco a poco potrà certamente raggiungere profondità ancora
molto maggiori.
DALLA CAMPANA DI ALESSANDRO AL BATISCAFO
Per discendere più
profondamente, per essere salvaguardato dagli effetti diretti dell'acqua,
l'osservatore può rinchiudersi in una camera stagna resistente alla
pressione. Tali sono il sommergibile, la batisfera, il batiscafo, il
mesoscafo. Secondo una leggenda, che probabilmente risale al IV secolo
in effetti, Alessandro il Grande, dopo aver conquistato "il mondo",
volle prendere possesso del mare; si fece rinchiudere in "una botte
di vetro" sospesa ad una catena, e discese così al fondo
dell'oceano. L'avventura non gli piacque troppo, e non la ripeté
mai più. Si tratta comunque della prima descrizione della Batisfera,
o sfera d'esplorazione sospesa ad un cavo, che William Beebe doveva
utilizzare con successo. L'idea della batisfera era stata suggerita a
Beebe da Theodore Roosvelt, presidente degli Stati Uniti. L'ingegnere
Otis Barton gliela disegnò. L'ordigno era ancora abbastanza
primitivo, bisogna dirlo, ma ciò nonostante svolse, soprattutto
tra il 1930 ed il 1934, tutta una serie di immersioni degne di nota.
Era la prima volta che simili profondità (900 metri nel 1932)
venivano osservate da occhi umani. Ma il metodo era pericoloso (il
cavo è fragile) ed i movimenti di quella piccola cabina sospesa
a un cavo, e con ciò sottoposta quasi direttamente alle onde
della superficie, avevano tendenza a spaventare la fauna locale. Tuttavia
il sottomarino libero esisteva già da molto tempo: Cornelius
van Drebbel ne aveva immaginato e costruito un prototipo che, in
quell'epoca, ispirò sufficiente fiducia perché il re
Giacomo I d'Inghilterra partecipasse personalmente ad una immersione
nel Tamigi. Occorsero realizzatori geniali - Buschnell (costruttore
del "Turtle"), Fulton (costruttore del "Nautilus") perché a
poco a poco l'idea si affermasse. La fine del XIX secolo vide i primi
modelli, progenitori diretti dei nostri sottomarini moderni: il russo
Drzewiecki, l'americano Holland, i francesi Goubet e Laubeuf dettero
progressivamente al sommergibile militare l'aspetto classico che oggi
se ne conosce. Quando l'America inventò il motore nucleare,
l'indomabile energia dell'ammiraglio Rickover fece del sottomarino
classico un congegno meraviglioso e terrificante: meraviglioso per
la sua autonomia (può compiere parecchie volte il giro del
globo) e per la sua velocità (più di 25 nodi), terrificante
per la potenza distruttiva che si cela nel suo scafo: i suoi missili
Polaris possono seminare fuoco e morte a migliaia di chilometri di
distanza, nessun punto della superficie del globo è per essi
irraggiungibile.
Abbiamo citato il sottomarino atomico perché è una
realtà, e rappresenta ad un tempo il vertice del genio e della
follia umana; ma ora lasciamolo per riprendere, sull'albero della
conoscenza, un ramo più pacifico: l'esplorazione scientifica
del mare mediante il sottomarino di ricerca. Toccò al professor
Auguste Piccard, scienziato svizzero, di aprire una via totalmente
nuova: quella del sottomarino per grandi profondità. Quando
era ancora studente alla Scuola Politecnica di Zurigo, nel 1905,
Auguste Piccard concepì il principio di ciò che più
tardi chiamò il "Batiscafo", o nave per grandi profondità.
Tuttavia poté dedicarsi veramente a questo progetto, accarezzato
da tanto tempo, soltanto dopo le ascensioni nella stratosfera (1931-1932)
che lo resero celebre. Aeronauta, pilota di aerostato libero, ingegnere
e fisico, sapeva che l'acqua è un fluido come l'aria; molte delle
leggi della fisica erano applicabili all'uno e all'altro mezzo, e fu suo
merito l'applicazione del principio del pallone libero al mare. Ciò
facendo, aprì d'un solo tratto le vie per tutte le profondità
dell'oceano, mentre la marine militari, conservatrici inveterate, non
guadagnavano che pochi metri di profondità per ciascuna generazione
d'ufficiali.
Se la realizzazione del batiscafo fu complessa, il suo principio peraltro
è semplice: pilota e osservatore sono posti in una cabina d'acciaio
ad elevate caratteristiche, resistente alla pressione del mare
corrispondente alla profondità desiderata. Ora si dà
il fatto che per raggiungere le grandi profondità, la cabina
è più pesante dell'acqua spostata. Potrà, quindi,
discendere: ma non potrà risalire da sola. Non importa, dice il
professor Piccard, la fisseremo strettamente ad una specie di pallone,
un serbatoio il quale, riempito di un fluido più leggero
dell'acqua (nel caso specifico, benzina) assicurerà la forza
portante necessaria. Per risalire, il batiscafo si alleggerirà
lasciando andare zavorra, esattamente come fa un pallone.
In pratica, il problema è reso relativamente complesso da un
determinato fenomeno: la compressibilità dell'acqua e quella
della benzina. Sottoposta alla pressione esterna, la benzina si comprime,
e si comprime di più dell'acqua circostante. L'acqua penetra nel
"galleggiante" (che rimane in equipressione) e l'apparecchio si
appesantisce, consentendo la discesa. Questo appesantimento è,
segnatamente, funzione della quantità di benzina di cui si
dispone; può raggiungere più d'una tonnellata a
chilometro di discesa per un batiscafo di grandi dimensioni.
Soltanto l'alleggerimento del batiscafo può produrre la risalita.
Questo alleggerimento perciò deve funzionare in maniera
assolutamente sicura. Il professor Piccard immaginò il seguente
sistema: un certo quantitativo di zavorra, costituita da granaglia di
ferro, è contenuto in una tramoggia, la cui apertura inferiore
consiste in una serranda magnetica: una corrente elettrica percorre un
solenoide e crea un campo magnetico che "congela" la granaglia quando
non deve cadere. Qualsiasi interruzione di corrente, volontaria o anche
accidentale, libera la granaglia, alleggerisce il congegno e lo riporta
automaticamente alla superficie. Trattandosi di una piattaforma di
osservazione scientifica, il batiscafo deve innanzitutto consentire
all'occhio umano di osservare il mondo sottomarino. E' quindi dotato
di oblò in plexiglass e di potenti proiettori. Infatti il mare
vive nell'oscurità, già da qualche centinaio di metri
di profondità, ed i pesci o il plancton fosforescenti lo
illuminano in maniera ridottissima e comunque affatto insufficiente
per una osservazione sistematica. I primi esperimenti sottomarini del
professor Piccard furono appoggiati dal Belgio, che aveva fatto
altrettanto anche per le sue ascensioni nella stratosfera. Nel 1937
gli furono concessi contributi per i primi studi dal Fondo nazionale
belga per la Ricerca Scientifica, istituzione degna di nota, fondata
fra le due guerre dal re Alberto e che fu poi copiata ulteriormente
da altri paesi. Nel 1939 furono approvati gli stanziamenti per la
costruzione definitiva. La Seconda guerra mondiale arrestò
i lavori, che furono ripresi soltanto nel 1946. Nel 1948 il primo
batiscafo, l'FNRS (il primo FNRS era stato il pallone stratosferico)
fu caricato ad Anversa su un mercantile, e si partì per le
Isole del Capo Verde, per tentare la grande avventura: scendere a
parecchi chilometri di profondità per osservare direttamente,
con i proprio occhi, l'interno del mare.
Una prima immersione a scarsa profondità dette buoni risultati.
Secondo il programma, prima di far scendere gli osservatori, si doveva
fare allora un'immersione a 1.400 metri, senza nessuno a bordo, con un
pilota automatico che facesse scattare la risalita. Questa immersione
fu fatta - il pilota automatico funzionò bene, l'FNRS 2
ritornò alla superficie - ma arrivati a questo punto, il mare
si arrabbiò. La sua sola difesa, del resto, contro quella invasione,
erano le onde della sua superficie. Il galleggiante fu danneggiato dal
moto ondoso, e si fu costretti a sacrificare la benzina, buttandola a
mare, per salvare l'apparecchio. Si dovette rientrare in Europa.
Era stato un fallimento? Era stato un successo? In linea di principio,
era stata una grande vittoria: un apparecchio abitabile (ma non ancora
abitato) era sceso a 1.400 metri (per l'esattezza, 1380) ed era risalito.
D'ora innanzi bastava modificare il galleggiante, renderlo più
resistente alle eventuali tempeste, fare, di questo apparecchio da
laboratorio, un congegno più marino. Ciò sarebbe costato
caro. Era stato già troppo caro quando l'idea era soltanto sulla
carta. Ora che il batiscafo era stato collaudato, i fondi si sarebbero
trovati. E si trovarono contemporaneamente per due nuove costruzioni:
la Marina francese, soprattutto grazie all'impulso del comandante Cousteau,
strinse un accordo col Fondo nazionale belga. Essa si assunse l'incarico
di costruire un nuovo galleggiante per la cabina del primo batiscafo;
questa, parte principale dell'ordigno, rimaneva tale e quale. Il Fondo
nazionale belga contribuì al finanziamento di questa nuova
impresa, di cui il professor Piccard diventò il consigliere
scientifico. L'FNRS 3, ché così fu battezzato, fu finito
di costruire nel 1953 e la Marina francese appoggiò finanziariamente
un gran numero di immersioni, prima nel Mediterraneo, poi nell'Atlantico
e nel Pacifico. La ricchezza delle informazioni raccolte dal batiscafo
è immensa, e numerosi scienziati francesi e stranieri potettero
prender parte a bellissime campagne di immersioni.
Contemporaneamente, il professor Piccard ed io costruimmo un altro
battello con fondi provenienti dalla Svizzera e dall'Italia. Questo
fu il "Trieste", che venne messo in mare il 1¡ agosto 1953 - giorno
della festa nazionale svizzera - e che compì del pari un gran
numero di immersioni. Questo apparecchio interessò molto la
Marina e gli scienziati americani. Nel 1957, fu praticamente trasformato
in laboratorio acustico sottomarino. Fra i 3.000 ed i 4.000 metri di
profondità, ascoltò i rumori del mare, analizzò
la loro trasmissione nell'acqua e misurò la velocità
del suono in funzione della temperatura e della pressione; misurò
la penetrazione della luce, e fu dotato di un gravimetro e di numerosi
altri strumenti di misura. Nel 1958 passò l'Atlantico ed il
canale di Panama e si insediò - sotto l'egida dell'U.S. Navy
Electronic Laboratory di San Diego - sulle rive del Pacifico. Prese
gusto a quell'oceano: munito di una nuova cabina, fucinata in Germania
dalle Acciaierie Krupp, discese a 5.000, poi a 7.000 metri. Noi
volevamo raggiungere il fondo della fossa delle Marianne, a circa
11.000 metri, la massima profondità riscontrata nell'oceano.
L'interesse che presentava tale immersione era immenso. Se la media
delle profondità del mare è compresa fra i 4.000 ed i
6.000 metri, si sa che esistono avvallamenti che portano la
profondità dell'oceano a più di 10.000 metri. Come
si presentano queste trincee? come è il loro fondo? che
cosa contengono? quale genere di vita ospitano? Eccezioni nel mare,
sono eccezionalmente interessanti da studiare. La Marina americana
accettò l'idea, che fu battezzata "Progetto Necton". Arrivammo
a Guam nel novembre 1959, e l'immersione decisiva avvenne il 23
gennaio 1960. Il viaggio era incominciato con quattro giorni di
rimorchio. Al principio, il tempo era buono, ma poi rapidamente
si guastò. Però il "Trieste" era concepito per resistere
ad un mare molto forte. La mattina del 23 gennaio, una rapida ispezione
dimostrò che era pronto ad immergersi, benché alcuni
accessori fossero stati danneggiati dal potente moto ondoso. In
particolare, il tachimetro, apparecchio delicato che serve a misurare
la velocità di immersione e di risalita, era fuori uso. Ma
non importava nulla, quella velocità poteva essere determinata
facilmente grazie al manometro di profondità e ad un cronografo.
Rapidamente Don Walsh, tenente di vascello della Marina americana,
ed io, entriamo nella cabina e chiudiamo il portello; per telefono
do gli ultimi ordini e l'immersione incomincia. Il contrasto fra la
calma degli abissi e il risucchio violento quando la superficie
è scatenata, è sempre emozionante all'inizio di una
immersione sottomarina. Che calma, che condizioni di lavoro
meravigliose! Verso i 100 metri di profondità, lascio che
il battello si arresti sulla zona del termoclino, quella zona in
cui l'acqua fredda delle profondità forma una barriera
termica; bisogna attendere un po' perché la benzina del
batiscafo si raffreddi abbastanza per appesantire il battello e
gli permetta di riprendere la discesa. A 300 metri, qui è
già notte, praticamente. In altri mari, nel Mediterraneo per
esempio, al largo di Capri, a 600 metri si vedono ancora tracce di
luce. A 1.000 metri parliamo ancora col telefono (senza filo, beninteso)
con la superficie. A 4.000 metri incomincia a far freddo in modo assai
considerevole; l'acqua non ha più che 1,4¡C. Tuttavia la
temperatura risalirà, per arrivare a 2,4¡C sul fondo.
Continuiamo a scendere, a 1 metro al secondo, sorvegliando
incessantemente i nostri strumenti, controllando l'aumento della
pressione, la compressibilità della benzina e la sua
temperatura, sorvegliando la nostra velocità, mollando
zavorra per non andare troppo in fretta. Verso gli 8.000 metri,
freniamo ancor di più: è importante non arrivare
troppo presto sul fondo, e niente ci dimostra che una eventuale
corrente sottomarina non ci abbia fatti andare alla deriva sui
pendii della "trincea". Ma tutto va bene. 9.000 metri, 10.000 metri.
Rallentiamo ancora. 10.500 metri, la nostra velocità non
è più che 30 cm al secondo. A 10.700 metri sul nostro
scandaglio scorgiamo il fondo: una linea nera ben netta, che ci
informa anticipatamente che il fondo sarà piatto e relativamente
consistente; ancora 200 metri, percorsi sempre più lentamente,
e, alle 13,06, ci appoggiamo sul fondo a 10.916 metri di
profondità, e lo annunciamo per telefono alla superficie.
Il fondo appare sabbioso; difatti, si tratta di una sedimentazione
molto fine, formata da quella pioggia eterna che cade dal mare
stesso e di cui ogni "goccia" è un residuo organico o
minerale proveniente dagli strati superiori: qui, essenzialmente
gusci di diatomee. Il fondo è piatto, come è normale,
perfettamente unito, senza nessun buco, tana o tracce di "passi"
come d'altra parte se ne vedono molto spesso; appena qualche
leggera irregolarità, ma, alla prima occhiata, siamo
ricompensati della nostra lunga discesa e degli anni di lavoro
che aveva richiesto: proprio nel centro del cerchio di luce che
portiamo con noi, un pesce! Un pesce, simile ad una sogliola,
piatto come molti degli esemplari che vivono sul fondo, con i
due occhi dalla stessa parte della testa, dimostrando con
ciò che si trattava di un animale adulto. Per un istante,
non si muove; poi, lentamente, nuota e parte verso l'infinito dei
grandi fondali, in quell'oscurità che è sua propria
da tutta l'eternità e che noi abbiamo spezzato soltanto per
un breve momento. Nuotando, quasi rampante nella sedimentazione,
non sembra spaventato della nostra presenza. Ma d'altra parte, ci
vede? Non è cieco? I suoi occhi non gli sono forse inutili?
O forse anche gli servono per distinguere i pesci o il plancton
fosforescente.
La presenza di quel pesce aveva una grande portata zoologica,
umana e, forse, filosofica. Essa dimostrava chiaramente, per
esempio, che anche nei grandi fondali vi è sufficiente
ossigeno perché la vita superiormente organizzata possa
mantenersi; ciò significava dunque che vi sono scambi
d'acqua importanti fra i massimi fondali e la superficie che
produce l'ossigeno (tanto per l'emulsionamento dell'acqua e
delle onde, quanto ad opera delle diverse piante marine) e
che, di conseguenza, bisogna impiegare la massima prudenza
nell'utilizzare le grandi fosse marine per accumularvi i residui
radioattivi di cui non sappiamo più che cosa fare sulla
terra; esiste un pericolo bello e buono che questi prodotti, se
un giorno abbiano a sfuggire dai loro "contenitori", risalgano
con l'aiuto delle correnti verso le acque meno profonde, e
generino danni irreparabili, irreversibili. Ma soprattutto,
non è degno di scarsa nota vedere come quali che siano
la pressione (1.150 kg per cmq), la temperatura (2,4¡C),
l'oscurità (totale) e l'ostilità dell'ambiente
circostante, dovunque, nel mare, la vita esiste e si propaga.
Dopo una mezz'ora di osservazione, risaliamo alla superficie.
Nella nostra piccola cabina, fa freddo, ma siamo contenti. Il
"Trieste" si è comportato bene: in quel giorno ha
messo 'tutto' il mare a disposizione degli oceanografi e dei tecnici.
Il "Trieste" continuò nelle sue immersioni, sotto la
responsabilità della Marina americana; in particolar
modo partecipò alle ricerche del "Tresher", quel
sottomarino atomico affondato nell'Atlantico nel 1963;
assistito da altri potenti mezzi di ricerca, trovò
il relitto, lo fotografò abbondantemente, e grazie
ad un braccio meccanico di cui dispone, riuscì finanche
a riportare alla superficie alcuni rottami del sottomarino,
che consentirono un'identificazione incontestabile. Rimaneggiato,
munito di un nuovo galleggiante e ribattezzato "Trieste II",
farcito di apparecchiature elettroniche, fu impiegato nel
1969 per esaminare il relitto dello "Scorpion", affondato
accidentalmente nel 1968, riportando alla superficie migliaia
di fotografie che debbono servire a tentare di stabilire le
cause del disastro.
Così il batiscafo, destinato innanzitutto agli oceanografi,
ha potuto compiere anche a grandi profondità missioni
essenzialmente umanitarie.
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