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SUI FONDALI DI TRUK LAGOON Un atollo nell'oceano Pacifico dove è passata una parte terribile dell'ultima guerra, un vero cimitero di aerei, di navi con il loro carico, che ha creato una sorta di museo sommerso della follia dell'uomo. Tuttavia immergersi in queste acque è di potente suggestione. ![]() Testo e foto di Roberto Rinaldi
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IMMERSIONE TRA I FANTASMI![]() Sorvolando le isole della Micronesia mai si potrà avere l'impressione di trovarsi in un angolo di mondo che ha avuto per mesi l'apparenza dell'inferno, anziché quella del meraviglioso paradiso che appare sotto i nostri occhi. Eppure, nel corso della seconda guerra mondiale, gli atolli e le isole del grande Oceano Pacifico diventarono naturali teste di ponte utilizzate da Giapponesi ed Americani per portarsi reciprocamente offesa. La laguna di Truk era uno di questi capisaldi. Un atollo apparentemente inespugnabile, uno specchio di acqua tranquilla difeso da una cintura di corallo di 140 miglia di circonferenza dalla furia delle tempeste, e protetto da cento postazioni contraeree e potenti forze aeree dagli attacchi americani. E così Truk divenne un atollo strategico, una base importantissima dove riunire e proteggere le grandi navi da trasporto indispensabili per il continuo approvvigionamento delle truppe e delle unità aeronavali. Alla fonda nella laguna di Truk si trovavano bastimenti carichi di munizioni, uniformi, medicinali, automezzi, armi, provviste, pezzi di ricambio e di tutto quello che permette alla macchina bellica di esprimere al massimo il suo distruttivo potenziale. Un potentissimo arsenale galleggiava, dunque, sulle placide acque della laguna, in attesa di venire utilizzato nella guerra del Pacifico. E attorno a questo luogo si concentra l'interesse dell'Intelligence americana, che lo individua, non a torto, come un obiettivo primario per infliggere un duro, forse risolutivo colpo all'armata nipponica.
Ma gettiamo in breve uno sguardo alla situazione generale, che consentirà
di comprendere meglio la pagina di storia che è stata scritta nella
laguna di Truk. La battaglia delle Midway ha segnato nel giugno del 1942,
l'inizio della grande controffensiva americana nel Pacifico. Una controffensiva
su grande scala combattuta per mezzo di unità aeronavali che in breve
tempo portò gli americani alla riconquista di Guadalcanal, delle isole
Salomon e di gran parte della Papua ad opera degli alleati australiani.
Un episodio molto importante nel corso di queste operazioni fu l'abbattimento,
il 18 aprile 1943, del grande ammiraglio giapponese Yamamoto impegnato in una
ricognizione aerea. Fu in questo contesto che, in gran segreto, venne
preparata l' "operazione Hailstorm": l'attacco alla base giapponese di
Truk, con il preciso obiettivo di giungere al suo completo annientamento.
Una serie di attacchi alle isole Marshall all'inizio del 1944 fu il preludio
dell'operazione, mentre la potente flotta del contrammiraglio Spruance si
avvicinava cautamente all'obiettivo. L'attacco venne lanciato all'alba del
17 febbraio. La sorpresa riuscì in pieno, e quando vennero avvistati
dalle postazioni difensive i primi ricognitori americani, era ormai troppo
tardi. In breve 72 caccia americani "F6F Hellcat", i "Gatti dell'inferno"
piombarono sulla quarta flotta imperiale, prima che l'Ammiraglio Koga potesse
trasferirla e metterla in salvo. I velocissimi caccia volavano nei cieli
dell'atollo a seicento chilometri all'ora, bersagliando gli obiettivi con
le sei mitragliatrici che costituivano l'armamento di bordo, provocando
ingenti danni. Nel frattempo la flotta americana pattugliava le acque attorno
all'atollo, alla ricerca di eventuali navigli che avessero potuto sottrarsi
all'imboscata e cercare rifugio in mare aperto. Alle 6.30 del mattino una
squadriglia di Zero riuscì a decollare, ma fu in breve annientata
dai caccia americani che proseguirono l'incursione fino alle 9.30. Le ore
successive furono solo il preludio ad un dramma ancora più grande
per la flotta giapponese: dai ponti delle portaerei americane al largo
dell'atollo stavano infatti decollando i bombardieri Dauntless e gli
aerosiluranti Avenger. In breve le calme acque dell'atollo si trasformarono
in un inferno, sotto un violento bombardamento che si protrasse per
tutta la notte e la giornata seguente ininterrotto. Il bilancio alla fine
dell'attacco era drammatico: 500 le tonnellate di bombe sganciate dalle
forze aeree americane, perduti dai giapponesi 265 aerei e 40 navi, oltre
naturalmente all'assoluto annientamento del sistema difensivo di terra.
La base di Truk era oramai distrutta, tuttavia i giapponesi iniziarono
un'opera di febbrile ricostruzione che indusse gli americani ad un nuovo
attacco: 800 tonnellate di bombe cancellarono definitivamente questa base
nipponica dallo scacchiere bellico alla fine del mese di aprile. La storia
militare dell'atollo di Truk terminò con un totale di 416 aerei
distrutti, 60 navi affondate e 423 costruzioni ridotte in macerie, oltre
naturalmente alle migliaia di vite umane perdute, tra civili e militari,
giapponesi ed indigeni. Truk capitolò definitivamente il 15 agosto
del 1945 e da allora venne dichiarata "off limits" dalle autorità americane.
Per 25 anni, dunque, la giungla tropicale ricoprì completamente i resti delle difese costiere, mentre le acque della laguna conservavano i navigli affondati nelle medesime condizioni in cui si trovavano nei tragici giorni dell'affondamento.
E quello scenario si presenta
oggi di fronte ai nostri occhi. Le navi adagiate sul fondo, con la catena
dell'ancora che esce dalla cubia e si perde nella sabbia, le stive ricolme
di merci, di carichi accuratamente sistemati. Le suppellettili sparse un
po' ovunque. In alcune sale macchina troviamo l'armadietto degli utensili
con le chiavi inglesi, il martello, le pinze, tutti al loro posto; oppure
un tornio, un trapano a colonna, un generatore... Tutto come era quel giorno
oltre cinquant'anni fa, tutto come alla fine della tragedia, quando la nave,
lentamente, lasciava la superficie, l'atmosfera sconvolta dalle fiamme degli
incendi, dai boati delle esplosioni, dalle urla degli uomini impazziti dal
terrore, e si inabissava, appoggiandosi dolcemente sul sedimento del fondo
in un mondo improvvisamente di silenzio e di quiete.
Tutto come allora, è vero, ma con una differenza: qui sembra che la natura si sia impegnata ad adornare questo che può essere a ragione considerato un vero e proprio sacrario, un monumento in ricordo di quegli uomini che in quei giorni di guerra persero la vita.
Inutile negarlo: lo spettacolo offerto dal relitto di una nave affondata è
in genere uno spettacolo triste, angosciante. E questa è la prima
sensazione che proviamo mentre pinneggiamo verso l'alto picco di carico
della Fujikawa Maru. Ne scorgiamo il profilo, attraverso l'acqua carica
di plancton. Appare tetro, lontano, adorno di alcionari che si lasciano
penzolare, aggrappati alle strutture. Basta avvicinarsi un pochino,
illuminare le lamiere da vicino, per lasciarsi andare alla meraviglia
più totale all'incredibile spettacolo offerto dai brillanti colori
delle creature marine. Sfumature di rosso, di giallo, di porpora che si
sommano le une alle altre, che dipingono mirabilmente uno scenario
altrimenti cupo e monocromatico. In breve ci abituiamo a questa strana
contraddizione, a questi colori di gioia che convivono con queste
testimonianze drammatiche. In breve il fascino dell'esplorazione, della
scoperta ci conquista, e così ci insinuiamo nelle stive, negli
alloggi, nelle sale macchine.
Osserviamo con attenzione il fango che ricopre il fondo degli interni.
Scopriamo piatti di porcellana, tazze, utensili da cucina. E poi maschere
antigas, stivali in gomma, pneumatici per automobili ed autocarri.
Addirittura una pila di vecchi dischi in bachelite, antichi 75 giri,
con tanto di spartiti in discreto stato di conservazione. In un angolo,
semisommerso dal fango, un teschio sembra osservarci, ammonirci di
rispettare il teatro di un così grande dramma. Percorrendo un
corridoio ci avviamo verso la luce. In breve ci troviamo in una
grande stiva aperta. E' piena di casse di munizioni, di proiettili
per fucili, mitragliatrici, cannoni. Un poco più lontano, lontano
dalla luce che invade la stiva dalla grande apertura, troviamo la
fusoliera di uno Zero. Ci affacciamo al cockpit, dove notiamo ancora
tutti gli strumenti al loro posto. Ancora un corridoio, buio, angusto.
Ancora una pallida luce lontana: in breve ci affacciamo all'ennesima
sala macchina. Nuotiamo lungo le rampe di scale metalliche fino ai piani
più bassi dove scopriamo due grandi manometri di pressione al
loro posto: "Martelli Brothers", è scritto sul quadrante.
Risaliamo verso il ponte, ancora un breve corridoio, ed eccoci nei
locali della plancia di comando. Al centro, isolato, spicca il telegrafo
di macchina, testimone della navigazione a motore di un'era, di un
giorno ancora oggi non troppo lontano. Ci affacciamo alle grandi
finestre della plancia. E' come affacciarci su di uno splendido giardino
da una finestra incorniciata da grappoli di alcionari colorati.
Da questa finestra usciamo dalla nave, sorvoliamo nell'acqua azzurra
questo relitto che è ormai divenuto un reef corallino e
lentamente ci avviamo verso la superficie.
NOTIZIE UTILI
Il modo migliore di visitare i relitti della laguna di Truk è quello di imbarcarsi in una crociera a bordo del Truk Aggressor, una barca appositamente realizzata per le immersioni. Non occorre essere subacquei di grande esperienza per godere della bellezza dei relitti di Truk: in generale le profondità sono piuttosto modeste, e le condizioni ambientali particolarmente favorevoli. Tutto infatti si svolge all'interno della laguna, in acque dunque generalmente tranquille e non interessate da fortissime correnti. A bordo tutto è perfettamente organizzato, e si ha diritto ad effettuare fino a cinque immersioni al giorno. Tutte le attrezzature sono noleggiabili, comprese le sofisticate attrezzature fotografiche. E' possibile sviluppare a bordo le pellicole impressionate. Un consiglio: esperti o principianti, fotografi o semplici turisti, prima di partire acquistate un potente faro subacqueo, vi godrete le immersioni cento volte di più. La laguna di Truk è lontana. Varrà dunque la pena programmare più di una settimana di vacanza per ammortizzare il costo e la fatica del lungo viaggio aereo. Sull'isola non c'è nulla di particolare da fare, a parte starsene un paio di giorni in completo relax. Un buon consiglio potrebbe essere quello di collegare una settimana nella relativamente vicina isola di Palau. Il periodo migliore per vistare Truk va da settembre ad aprile-maggio. Il migliore contatto per organizzare una vacanza in Micronesia è l'Aquadiving Tours. |
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