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SUPERYACHT #524 Dicembre 2005
Articolo estratto dalla nostra omonima rivista trimestrale dedicata alle imbarcazioni
più grandi e lussuose con fotografie, schede tecniche, articoli didattici,
ultime notizie e novità dal mercato

Sommario

Annuario della nautica

Impressioni di navigazione

Barche usate

Boatshow

Video Nautica

Articolo di Lino Pastorelli
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MELTEMI, A GENTLEMEN'S YACHT
Meltemi appartiene a quella fortunata categoria di yacht dove un
buon progetto non è obbligatoriamente circoscritto a
un'epoca e i lustri non ne mortificano le originarie intuizione;
è la categoria delle belle barche, poco importa se velieri
o motoryacht come in questo caso, importante è che
l'aggettivo "bello" sia inteso nella sua accezione marina: non
solo mero appagamento estetico ma un'insieme di criteri
convergenti sull'unico, serio scopo per cui una barca nasce:
navigare bene.
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DATI TECNICI
Cantiere: J.Samuel White & Co Ltd, Cowes, England
Anno di costruzione: 1931
Lunghezza fuoritutto: 37,5 metri
Lunghezza galleggiamento: 36 metri
Larghezza: 5,7 metri
Pescaggio: 2,4 metri
Dislocamento: 240 tonnellate
Motori: 2 x Caterpillar 480 HP
Velocità: 12 nodi crociera, 14 nodi massima
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Costruito nel 1931 da J.Samuel White & Co., un
importante cantiere di Cowes, per un certo comandante George
Paxton, portava all'epoca il nome di Braemar; Braemar è un
posto sulla West Coast scozzese che si dice dia i natali ai
migliori comandanti dell'United Kingdom, una specie di Camogli
celtica insomma e Paxton era al suo terzo Braemar. Anche se nata
come yacht e in piena era edoardiana, quindi un leggero flavour di
snobismo non le è estraneo, le idee molto chiare del primo
armatore in fatto di navigazione, diedero il via alla costruzione
di quella che è a tutti gli effetti una piccola nave. Scafo
lungo 37 metri in acciaio navale da 8 mm, ritto di prua piuttosto
straight, cinque paratie stagne, due casse di zavorra per
l'assetto, un invidiabile disegno di carena e inizialmente due MAN
da 255 HP che spingevano lo yacht a 13 nodi, uno in più dei
12 previsti dal contratto di costruzione. La dotazione era quanto
di più avanzato concedesse la tecnologia dell'epoca: pompe
elettriche, timoneria idraulica, un telemetro Barr & Stroud, luci
elettriche; al fabbisogno di energia provvedeva un gruppo
elettrogeno da 18 KW con motore Gardner diesel e una dinamo
Maudsley da 11 KW. Il parco batterie prevedeva 95 celle da 225 Ah
ciascuna; probabilmente generavano la 110 V continua per luci e
servizi, tipica delle barche inglesi d'anteguerra. Alla nascita
non aveva invece il ponte alto coperto, questo è stato
aggiunto in seguito: si vede bene in un ritratto fotografico di
Beken del 1931 esposto nella discesa al quartiere armatoriale.
Dopo il varo la barca ha navigato un pò per tutti i mari,
pare facendo anche un periplo del globo oltre a numerose
traversate tra vecchio e nuovo continente fino ai tragici anni
della Seconda Guerra, quando l'entrata in forze alla Royal Navy la
trasforma in pattugliatore in un primo tempo, poi in nave
ospedale. Per il Braemar, diventato nel frattempo Clorinda II,
è il periodo più oscuro; affondata e poi ripescata,
conosce il primo restauro, le prime modifiche. E poi ancora
viaggi, anche oltreoceano, e un altro giro del mondo tra il 1981 e
il 1983, toccando Americhe, Australia, Hawaii, Fiji, Sri Lanka,
Suez fino all'utilizzo intensivo negli annì90 come lussuoso
charter-yacht, ora con il nome di Meltemi. Con l'attuale armatore
lo yacht conosce una seconda giovinezza: layout e arredi vengono
riportati quanto possibile alle condizioni del varo: la massiccia
pannellatura originale in mogano e quercia, i pavimenti in abete,
i mobili, la pelle capitonné dei sofa e delle poltrone, i
pesanti broccati dei tendaggi. La disposizione degli ambienti,
riportata ai piani originali, è classica e razionale: il
main deck, completamente protetto da un'impavesata e dall'aggetto
del sovrastante flying, ospita una dinette esterna, zona pranzo
quando è il caso, e la timoneria di poppa che tramite una
presa diretta sull'asse ha anche funzioni di barra d'emergenza; la
prua è riservata all'area tecnica con il verricello
idraulico per le due ancore e l'ingresso ai quartieri
dell'equipaggio. La porta di accesso dall'aft deck agli interni
è emblematica dei criteri costruttivi di Meltemi: doppia,
stagna e con una ulteriore protezione in basso per le ondate sul
ponte; "...Meltemi doveva navigare in tutti i mari, con ogni
clima..." mi spiega il comandante. Rimanendo sul ponte principale,
la cosiddetta music room, originariamente smoke room, accoglie il
visitatore in un'atmosfera un pò strana e demodè:
nulla da stupirsi quindi che negli anni '80 tale Reginald Kenneth
Dwight, detto anche Elton John, la trovasse insostituibile per
creare le sue musiche su un pianoforte a parete; un breve
corridoio porta al salone principale, divani e damaschi, che si
affaccia sulla sottostante dining salon. Pochi scalini: il tempo
anche qui si è fermato e neppure il prezioso orologio-
astrolabio ci convince del contrario; modelli navali, ship-
portrait alle pareti, sei privilegiati posti attorno al tavolo
ovale. Verso prua cinque doppie cabine ospitano l'equipaggio
(nostromo, direttore di macchina, due marinai, hostess, cuoca) e
il comandante, oltre alla crew mess e a una cucina professionale
pronta ad ogni esigenza, anche se la grande Kooksjoie a carbone e
le celle frigo del '31 sono state sostituite da qualcosa di
più pratico; non manca neppure la cantina per i vini . A
poppavia della sala macchine, posizionata centralmente per
ottimizzare assetto e equilibrio, si trova la zona notte: due
guest cabin doppie con letti separati e bagno privato dove gli
arredi sono praticamente quelli d'origine in quercia austriaca, e
una suite armatoriale a tutto baglio con grande bagno: qui il
certosino lavoro di recupero filologico degli ambienti è
ancora in via di finitura. Sul flying bridge, nel locale comando
vi è una moderna dotazione di strumenti per navigare
adeguatamente, anche se non manca sul carteggio un sestante e la
sua panoplia di carte, compassi, squadrette, e una timoneria con i
comandi motori; non che da qui si azionino direttamente: è
il telegrafo di macchina, il più archetipico meccanismo
della marineria, azionato dal comandante, a comunicare l'ordine al
direttore di macchina; ora si è passati, dopo l'upgrade
degli anni '80 con due DAF da 326 HP, a due robusti Caterpillar da
480 HP che consentono 12 nodi di crociera e 14 di massima;
l'autonomia è rilevante: 32.000 litri di gasolio per 6000
miglia di navigazione. In esterno il ponte alto ospita un vasto
sun deck e i vari tender della barca: il gommone di servizio, un
dinghy 12' a vela e un replica dell'ormai estinto Riva Turismo
Extra del 1946. Fabio Vespa, spezzino, attuale comandante di
Meltemi, mi racconta quel che sa sulla barca in una limpida serata
di settembre, davanti a due dita di bianco fresco; Meltemi
è ormeggiato sul molo lungo a Porto Maurizio, vicino alla
statua dei Cap Hornier, reduce dal raduno svoltosi nell'altra
darsena di Imperia; anche Vespa, con i suoi tre giri del mondo a
vela, potrebbe essere un Cap Hornier, se solo i suoi velieri
avessero trasportato merci invece che sogni...L'indomani la barca
partirà per il suo porto d'armamento: l'occasione buona per
fare qualche foto in navigazione e per vedere, all'uscita
dall'ormeggio, l'ormai così desueto "....sinistra...avanti
adagio..". Poco dopo, l'immagine di Meltemi lanciato
silenziosamente a 12 nodi, con un'onda di prua dalla rara
eleganza, rimette un pò in discussione il gap che separa i
superyachts di oggi da quelli di 75 anni fa...
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